Wednesday, June 28, 2006

X-Men3 diventa realtà?

In molti sono da anni a caccia del "gene" dell'omosessualità, anche se - a quanto mi risulta - nessuno cerca quello dell'eterosessualità. In questa battaglia per lungo tempo si sono impegnati anche gay e lesbiche, desiderosi di una "giustificazione" biologica che togliesse loro i sensi di colpa.

Uno dei cavalli di battaglia di questo variegato movimento è una presunta alta probabilità di essere omosessuali per i maschi che hanno molti fratelli maggiori, maschi anche loro. Così in questi giorni impazza anche in Italia la notizia che un ricercatore canadese Tony Bogaert, pubblicato bisogna ammetterlo su Pnas, a suo tempo autore di uno degli studi sull'omosessualità nei fratelli minori, ha fatto un passo avanti: la maggiore probabilità di essere gay non è legata all'ambiente, ma alla genetica.
Secondo il suo ultimo studio, infatti, Bogaert dimostra che la probabilità più alta di essere gay vale solo per i fratelli biologici, quelli cioè nati dalla stessa madre, e non per chi cresce insieme a molti fratelli maggiori adottati.

Ora, a parte che un campione di meno di mille persone a me pare poco significativo, c'è da spiegare un aspetto fondamentale: secondo Bogaert la percentuale di omosessuali nella società è attorno al 3%; per chi ha almeno tre fratelli maggiori maschi, questa percentuale salirebbe al 5%. Ciò significa, quindi, che anche chi ha molti fratelli maggiori in 95 casi su cento è comunque eterosessuale. Mi sembra che non sia stato spiegato un bel nulla.

Val la pena, invece, di accennare al perché di queste ricerche. A parte che questo Bogaert in passato ha collaborato con J. Philippe Rushton, uno che sosteneva la superiorità della "razza" bianca e di quella asiatica sulla "razza" africana.
A parte questo - dicevo - dietro questa ricerca delle cause genetiche dell'omosessualità c'è un fondo molto preoccupante di omofobia.
Come spiega benissimo il Consiglio per la ricerca genetica responsabile, all'inizio si tentò di usare la spiegazione genetica per abbattere le leggi anti-gay, ma questa è un'arma a doppio taglio. In passato - e nel presente - le discriminazioni hanno colpito tranquillamente anche per motivi genetici, come contro i neri e le donne, cosiderati inferiori geneticamente. E al contrario, diversità di tipo comportamentale - come le idee politiche e la fede religiosa - sono tutelate dalle leggi, pur non essendo in alcun modo naturali.

Quindi, cercare una spiegazione genetica dell'omosessualità può nascondere la voglia di dimostrare la anomalia e devianza di questo comportamente e aprire la strada a nuove e dolorose discriminazioni. Senza per questo tacitare chi accusa l'omosessualità di essere "innaturale". Le discriminazioni vanno combattute sul piano politico e culturale e dovremmo smetterla di confidare nella onnipotenza della scienza. La ricerca vada per la sua strada, ma non sia a senso unico.

Perchè citavo gli X-Men nel titolo? Nell'ultimo episodio cinematografico, il governo scopre e mette in produzione una "cura" per i mutanti. Alcuni, desiderosi di omologarsi, la accettano; altri si rifiutano, aprendo così la strada a una sorta di persecuzione.
Non vorrei che quella fantascienza diventasse, domani, realtà.

10 comments:

Guapo said...

Ciao AeL
giusto per darti una pillola di scienza.

Mutazioni genetiche con frequenza superiore all'1% nella popolazione, sono definite "polimorfismi" ovvero varianti non necessariamente patologiche. Se i gay nella società sono il 5% circa, significherebbe che la "variante" è fisiologica e non è dannosa per la specie in qual caso si sarebbe rarefatta o sarebbe scomparsa. Dubito della natura genetica dell'omosessualità poichè l'omosessualità non segue le leggi di Mendel. Se le leggi di Mendel e le sue varianti non sono rispettate significa che la trasmissione del carattere non è genetica.
Un saluto dal Guapo

PS: se ci fosse una cura, siamo sicuri che la maggior parte dei gay vorrebbe diventare etero?

Anonymous said...

Ciao Aelred.
Tempo fa lessi di uno studio condotto sulla discendenza delle madri con figli gemelli gay. Ora non ricordo per quale aspetto questo studio fu presentato come prova che l'omosessualità abbia una causa genetica, e subito gli studiosi che se ne occuparono cominciarono a parlare di eventuale "cura", molto prima del film X-Men 3. Il problema etico che scaturirebbe da questa possibilità scientifica è più che un arma a doppio taglio, come hai detto tu, perchè il dilemma che si presenterebbe non è quello della libera scelta di diventare eterosessuale per un omosessuale. La scelta cadrebbe sul genitore, che dovrebbe scegliere di non mettere al mondo un bambino omosessuale!

Christian

aelred said...

infatti, Christian, infatti il peggio sarebbe tutto ancora da immaginare.

guapo, grazie della precisazione: in effetti mi mancava questo particolare della percentuale. però è vero che l'accanimento della ricerca - e l'insistenza su percentuali basse (gente come Bogaert parla del 3% circa di gay) mi fa pensar male...

GattoVI said...

L'idea che si possa identificare un gene o una causa fisiologica che porti all'omosessualità mi terrorizza e temo davvero una conclusione come quella di X-Men 3: storme di gay insoddisfatti, spinti da gruppi religiosi e sensi di colpa, si riverserebbero in massa su eventuali cure.
Una canversione nel nome della normalità che mi mette i brividi.

Matthaei said...

Dunque.

Non ho mai concordato con la convinzione che la scoperta di un'eventuale causa genetica dell'omosessualità sia di per sé positiva. Il fatto che un determinato comportamento abbia una base genetica non lo rende nè migliore, né peggiore. Se domani si scoprisse, per esempio, che la propensione all'omicidio ha una base genetica, non per questo l'omicidio dovrebbe essere legalizzato.

Detto questo, l'idea che l'omosessualità abbia un fondamento genetico credo nasca da studi che dimostrano che la probabilità di essere omosessuali è maggiore tra consanguinei in cui almeno uno è omosessuale, ed ancora maggiore tra gemelli ma solo se omozigoti, cioè con lo stesso patrimonio genetico.

Quanto alla significatività del campione su cui è stato condotto lo studio che tu citi e della differenza di probabilità che sarebbe stata riscontrata, credo che il nocciolo della questione sia il seguente.

Statisticamente, se si pongono a confronto due gruppi che presentano una determinata caratteristica con una diversa frequenza, si può calcolare la probabilità che la diversa frequenza sia statisticamente significativa, e quindi NON casuale, oppure no. Immagino che l'autore dello studio abbia potuto dimostrare che, nel campione da lui osservato, una differenza di probabilità del 2 per cento è statisticamente significativa.


PS Per rispondere alla domanda: personalmente, se potessi scegliere liberamente di orientare la mia attrazione sessuale verso le donne invece che verso gli uomini, credo che lo farei. Quanti lo farebbero? Difficile a dirsi.

Matthaei said...

"l'insistenza su percentuali basse (gente come Bogaert parla del 3% circa di gay) mi fa pensar male... "

E perché? Ci sono diversi studi, negli ultimi anni, che hanno rimesso in discussione il luogo comune secondo cui gli omosessuali rappresenterebbero un decimo della popolazione. Anni fa ricordo che ne lessi uno secondo il quale gli omosessuali erano il 2 per cento degli uomini e l'1 per cento delle donne. Ma non vedo cosa cambi.

AnelliDiFumo said...

Mio caro, tu ti lamenti di un campione di meno di 1000 partecipanti. Considera che quando si fanno esperimenti sulla bisessualità, i campioni sono fatti da 35 persone... vedasi ultimo scandalo sul NYT in proposito.

AnelliDiFumo said...
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aelred said...

devo due risposte:
Anelli, non è che le ingiustzie gravissime sui bisex rendano meno gravi quelle sui gay. cmq io parlavo di tutti.
matthaei, la questione delle percentuali è che se io postulo un 3% sull'intera popolazione epoi trovo il 5 o il 7% fra i quarti figli dico che c'è più incidenza.
se invece tra la popolazione generale c'è il 5-10%, beh le mie conclusioni sono strampalate...

Matthäi said...

Da un punto di vista statistico, l'importante è che il criterio che lo studioso ha utilizzato per stimare nel suo campione una frequenza del 5 per cento sia lo stesso che è stato utilizzato per ottenere il dato del 3 per cento nella popolazione generale.