Wednesday, November 30, 2005

Bush difende i gay degli Emirati

L'Amministrazione Bush, forse per recuperare parte della credibilità perduta nella promozione della democrazia, si schiera al fianco dei gay perseguitati nella penisola arabica. Gli Usa, infatti, hanno condannato ufficialmente l'arresto di una ventina di persone, incarcerate negli Emirati Arabi Uniti durante una specie di "matrimonio gay collettivo".

La polizia ha fatto irruzione in un hotel, dove era in corso la festa, e ha fermato tutti i presenti: subito dopo il governo ha minacciato - oltre alla prigione e alle tradizionali frustate - di sottoporre i condannati (il cui reato è l'omosessualità) a trattamenti ormonali per "correggere" i loro comportamenti. La Casa Bianca ha intimato agli Emirati di bloccare immediatamente trattamenti ormonali e psicologici e di conformarsi alle leggi internazionali. Non ho avuto sentore, finora, di un intervento dell'Unione Europea, ma trovo che sarebbe benvenuto.

Tuesday, November 29, 2005

Pierre Seel, la memoria dell'omocausto

Il 25 novembre è morto a Tolosa in Francia, all'età di 82 anni, Pierre Seel.

A molti questo nome non dirà nulla, eppure l'uomo che ci ha lasciato occupa un posto di primo piano nel Pantheon della comunità gay, lesbica, bisessuale e transessuale.
A 17 anni Seel, omosessuale e aderente alla Resistenza francese contro il nazismo, viene deportato dai tedeschi e internato nel campo di concentramento di Schirmeck, dove subisce violenze e torture a causa della sua omosessualità.

Finita la guerra Seel torna in Francia, si sposa e mette al mondo dei figli, ma a lungo tiene solo per sé il dramma della sua segregazione. Dopo quasi trent'anni di silenzio nel 1982 decide di rivelare perché era stato arrestato e incarcerato e contribuisce a fare luce su un dramma dimenticato, un tabù nascosto persino dalle democrazie europee del dopoguerra. E racconta anche i momenti più drammatici della sua prigionia, come l'esecuzione del ragazzo che amava.
Comincia da lì una battaglia lunga decenni per ottenere il riconoscimento di deportato omosessuale dallo stato francese. Come vittima dell'Olocausto era stato risarcito dall'Organizzazione internazionale per l'immigrazione, ma - ripeteva - finché non fosse stato riconosciuto come "vittima omosessuale" si sarebbe sentito sempre un sans-papier.

A partire dal 2001 le autorità avevano cominciato a invitarlo per celebrare la giornata della memoria e alla fine anche il presidente francese Chirac ha ammesso l'esistenza della deportazione omosessuale.

La storia di Pierre è raccontata nell'autobiografia Io, Pierre Seel. Deportato omosessuale, ma dal momento della rivelazione Seel non ha più smesso la sua opera militante, sostenuto dalla famiglia e dal movimento francese.
Nonostante la sua testimonianza molto ancora rimane da scrivere sulla persecuzione dei gay durante il nazismo e il fascismo, anche perché moltissime delle vittime hanno preferito tacere e nascondersi o sono state obbligate a farlo da società grette o da leggi repressive.

Ridare voce a quelle vittime dimenticate è il modo migliore di onorare la memoria di Pierre Seel e difendere la sua eredità.

Sunday, November 27, 2005

L'unico Patto (ma incivile) è tra Pera e Ruini

Non si contano più ormai gli attacchi contro i Patti civili di solidarietà, o Pacs, lo strumento minimo di tutela per le coppie che non vogliono (etero) o non possono (gay) sposarsi, ma vorrebbero vedere riconosciuto il proprio legame.

È straordinaria in questo senso la sintonia fra il capo dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini, e la seconda carica dello stato, il presidente del Senato Marcello Pera, sempre più "papa laico" in cerca di legittimazione presso le alte sfere vaticane. Se qualcosa di buono verrà da una vittoria del centrosinistra, di sicuro ci sarà la scomparsa di Pera dalla vita politica e pubblica della nazione. Qualcuno gli offra una trasmissione televisiva, come la Pivetti o Martelli.

Ma tornando a bomba, ancora una volta la strana coppia (loro sì che dovrebbero sottoscrivere un Pacs) ha messo nel mirino unioni gay e coppie di fatto, in nome della "difesa del matrimonio".

Dall'università Cattolica di Roma, Ruini si è scagliato contro i Pacs, accusati di minacciare la sacralità del matrimonio.
«C'è una diffusa tendenza - ha detto - a depotenziare il valore dell'istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unione e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell'amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili».

Il solito travisamento della verità: come dimostrano numerosi studi scientifici, dove sono stati introdotti riconoscimenti giuridici per le coppie di fatto non solo i matrimoni non sono diminuiti, ma dove le unioni di fatto sono diventate più diffuse è aumentata anche la fertilità.
Disinformazione pura, quindi, quella di Ruini, ma in grado di condizionare le menti meno esperte e più deboli, come quelle dei nostri uomini politici.

Da Palermo, intanto, Pera ha avuto la sfacciataggine di argomentare che i matrimoni gay sono un esempio di "involuzione" dello Stato laico. Niente male per un ex liberale, che parlava durante un convegno sulla laicità organizzato dai vescovi...

Resta da capire il perché di questo attacchi. Vuoi vedere che i neo-clericali temono davvero che i Pacs (il minimo sindacale per noi) diventino legge in Italia? Se è così sono più ottimisti (o pessimisti, a seconda dei punti di vista) di me.

Saturday, November 26, 2005

La colpa di combattere l'Aids

A pochi giorni dalla giornata mondiale per la lotta all'Aids, fa ancora più impressione il bando imposto dal Vaticano a Daniela Mercury.

Per chi non la conoscesse, Daniela è una cantante brasiliana molto nota nel suo paese e impegnata in numerose battaglie sociali. Già da alcuni mesi era stata invitata al Concerto di Natale in Vaticano (quello trasmesso in differita da Canale 5 con la cattolicissima Cristina Parodi) e la sua presenza era stata annunciata dall'organizzazione. Daniela invece non ci sarà.

È stata cancellata per volere della Curia, venuta a sapere del suo impegno per la prevenzione dell'Aids e in particolare di uno spot che incita a usare il profilattico per evitare il contagio.
Chi si spende per simile battaglie non può cantare nella Sala Nervi, avranno pensato gli zelanti cardinali.

Ovviamente il Vaticano è libero di decidere chi invitare e chi rifiutare, però è paradossale che mentre si combatte (a parole) l'aborto (almeno quello legale), si rifiuti il sistema più pratico per prevenire l'aborto, cioè il profilattico. Libera la Chiesa di bandire chi vuole, liberi io - da cattolico sempre più deluso - di non essere d'accordo.

Thursday, November 24, 2005

"Ci sposeremo quando anche i gay potranno farlo"

Charlize Theron sostiene i diritti di gay e lesbiche, al punto da rinunciare al matrimonio finché non sarà aperto anche alle persone omosessuali.

Questo è un discorso di cui aveva parlato molto seriamente anche Tommaso Giartosio nel suo bellissimo libro (correte al leggerlo: Non possiamo non dirci): se le persone eterosessuali capissero davvero il dramma di migliaia di coppie che non si possono sposare, pur desiderandolo, forse si porrebbero qualche domanda, anche al momento di invitare amici gay al proprio matrimonio.
Bene: la bellissima Charlize non si sposerà con il fidanzato storico Stuart Townsend finché in America gay e lesbiche non avranno diritto al matrimonio.
"Io e Stuart abbiamo avuto un'idea: ci sposeremo solamente quanto le nozze tra omosessuali saranno permesse negli Usa, quando questo diritto sarà concesso anche a loro. Non si tratta solo di un escamotage per non rispondere più alle stesse domande, è una convinzione nella quale crediamo e che utilizzeremo in chiave positiva, così quando ciò accadrà, la stampa saprà che sarà arrivato anche il nostro momento!"
Grazie, Charlize.

Tuesday, November 22, 2005

La Bosnia riconosce i gay musulmani

Per la prima volta un'associazione di gay musulmani è stata riconosciuta ufficialmente in un paese a maggioranza islamica. Non poteva che succedere in un paese di antica civiltà e lunga tradizione di tolleranza, come la Bosnia-Erzegovina.

International Initiative for Visibility of Queer Muslims è stata registrata come organizzazione non governativa e ha ottenuto uno status ufficiale dopo un iter di qualche mese. L'associazione è stata fondata a novembre 2004 da un gruppo di giovani attivisti, bosniaci e libanesi, con l'obiettivo di "stabilire un dialogo" tra le minoranze sessuali e culturali e il resto della società.

Piccoli segni positivi da una terra devastata dalla guerra.

Monday, November 21, 2005

Una strada per Sylvia

Per la prima volta al mondo una strada è stata intitolata a una persona transgender.
New York ha rinominato un angolo del Greenwich Village, intitolandolo a Sylvia Rivera, leggendaria protagonista della rivolta di Stonewall.

Per chi non lo sapesse (ma devo proprio dirvi tutto?), nel 1969 - il 28 giugno - un gruppo di gay, lesbiche e trans si ribellò per la prima volta ai soprusi e alle violenze della polizia di New York e per tre giorni si barricò dentro il bar Stonewall Inn, che ancora esiste nel Village. A capo di quella rivoltà ci furono proprio due trangender: la drag queen Sylvia Rivera, appunto, e una trans afroamericana. E Sylvia per prima lanciò una scarpa e una bottiglia di vodka vuota contro i poliziotti.
Per la prima volta i gay dimostravano di non voler subire più soprusi e di sapersi ribellare.

Dalla commemorazione di quel gesto nacque la marcia del Gay Pride. Orgoglio di essere sé stessi e non doversi nascondere.

Sunday, November 20, 2005

Giorno della memoria: 28 trans uccise nel 2005

In 250 città di tutto il mondo si celebra il Giorno della memoria Trans per ricordare le persone transessuali e transgender uccise per omofobia. Dal 2003 a oggi le vittime sono 86 e dal primo gennaio di quest'anno sono già 28, di cui due in Italia. Dopo gli Stati Uniti, il nostro è il paese con più vittime (almeno ufficiali).

Per la prima volta veglie e fiaccolate sono state organizzate da Nord a Sud in tutta Italia: da Torino a Catania. Una candela e una piccola biografia ricorderanno ogni vittima.
Come Delilah (al secolo Amancio Corrales), uccisa a Yuma, in Arizona (Stati Uniti), il 5 maggio di quest'anno. Aveva 23 anni ed è stata bastonata a morte e mutilata.

La prima celebrazione del Giorno della memoria risale al 1999, a San Francisco. Fu organizzato da Gwendolyn Ann Smith per ricordare Rita Hester, uccisa l'anno prima. Il suo omicidio - come quello di gran parte delle vittime - è rimasto senza colpevole.

Friday, November 18, 2005

Exeste, fideles

Se i gay non possono essere sacerdoti della chiesa cattolica romana (per un'intrinseca menomazione, a quanto sostiene il Vaticano), forse è il caso che non ne siano neppure adepti.
Questo ha pensato, tra l'altro, un uomo altoatesino di 35 anni (conosciamo solo le sue iniziali A. H.) che è andato in parrocchia a sbattezzarsi. In realtà non è il primo caso di sbattezzo e già in passato avevo parlato di questa possibilità, aperta grazie alle lotte dell'Unione atei agnostici razionalisti, di cui a lato vedete un banner.

Questa vicenda, quindi, non avrebbe meritato le prime pagine dei giornali, almeno quelli online, se il protagonista non avesse chiesto e ottenuto dal parroco di spiegare il suo gesto. «Come omosessuale mi sento discriminato dalla chiesa cattolica», ha fatto scrivere negli archivi dei battezzati.
Forse in migliaia dovremmo seguire il suo gesto e far emergere il disagio e l'oggettiva impossibilità di restare gay e cattolici.

Thursday, November 17, 2005

Francia a quota 170mila Pacs

Non sono tutti gay, ma in gran parte sì. Sono le 169.531 coppie che in sei anni hanno sottoscritto un Pacs, da quando nel 1999 il governo socialista di Jospin introdusse il nuovo istituto. Da allora 21.531 unioni si sono sciolte.

I francesi, però, nonostante noi li invidiamo sfacciatamente, non si accontentano. E già, mentre chiedono il matrimonio per tutti (compresi gay e lesbiche), rivendicano altri diritti legati al Pacs. Come la pensione di reversibilità, contemplata in un emendamento presentato dai verdi all'Assemblea nazionale.

In Francia comunque il Pacs funziona. Arriveremo mai a vederlo anche in Italia?

Wednesday, November 16, 2005

Un serio pericolo per l'ordine sociale

La deriva reazionaria in Polonia assume connotati sempre più inquietanti. E nel mirino in primis si trovano gay, lesbiche e transessuali.

La città di Poznan ha vietato il corteo del Gay Pride, che si dovrebbe celebrare sabato. Il prefetto ha spiegato che la marcia potrebbe essere "un serio pericolo per l'ordine sociale" e potrebbe essere autorizzata solo in un'area isolata e lontana dal centro della città.

L'anno scorso il Gay Pride venne interrotto dagli skinheads e dalla Gioventù polacca, un movimento di estrema destra, Forza Nuova in Italia. Dopo le doppie elezioni, che hanno consegnato il paese ai gemelli Kaczynski, la Polonia rischia di diventare il buco nero dell'Europa, in tema di diritti civili. Riuscirà la Ue a bloccare questa minacciosa tendenza omofoba?

Monday, November 14, 2005

Altri due ragazzi gay giustiziati in Iran

Mokhtar N., di 24 anni, e Ali A., di 25, sono stati impiccati in piazza a Gorgan, nell'Iran settentrionale. I due giovani, secondo il quotidiano Kayhan (che non posso leggere perché non conosco la lingua persiana), sono stati accusati e condannati a morte per sesso omosessuale.

Spero che fonti indipendenti siano in grado di confermare o smentire la notizia, ma dopo l'analogo caso di luglio mi sembra del tutto plausibile un evento del genere. Quello che mi aspetto adesso è che Giuliano Ferrara organizzi un'altra manifestazione sotto l'ambasciata iraniana a Roma.

Anzi, stavolta Piero Fassino e i Ds dovrebbero organizzare un grande sit-in di protesta e invitare tutta la popolazione, a partire dai politici del centrodestra. Chi non partecipa è un nemico dei gay e della civiltà occidentale. Se è giusto protestare contro le minacce di distruzione per lo stato di Israele, altrettanto sacrosanto è indignarsi contro la distruzione (già compiuta) di due vite umane. La cui colpa era l'omosessualità.

Non mi interessa demonizzare collettivamente una grande nazione come l'Iran (in cui convivono fasce sociali avanzate e colte accanto a pregiudizi medievali). Quello che vorrei in Occidente è la condanna delle esecuzioni contro le persone omosessuali, che oggi più che mai hanno bisogno di una tutela mondiale. Quella che l'Onu non ha ancora decretato per l'opposizione di stati teocratici, come Iran, Arabia Saudita e Città del Vaticano.

Saturday, November 12, 2005

Il marchio di Josepho

Davvero, non volevo parlare di questa storia. No comment, mi ero ripromesso.

Però, poi, ho letto bene i particolari della messa al bando per i sacerdoti gay. E ho pensato che qualcosa va detto.

La chiesa cattolica romana ha il diritto di fare ciò che vuole con i suoi dipendenti, sceglierli con determinate caratteristiche o rifiutarli per il loro orientamento sessuale. Sono affari suoi. Anzi, probabilmente i seminari si svuoteranno più di quanto non sia già successo negli ultimi trent'anni. Però.

Però, il divieto che Benedetto XVi sta per rendere pubblico diventa inevitabilmente uno stigma sociale, un "marchio di Caino" per tutti i gay. La loro omosessualità è equiparata a una menomazione, diventa un impedimento e, di questo passo, prepara e giustifica tutte le altre discriminazioni. Se un maschio etero può diventare prete, con un voto di celibato, non si capisce perché la stessa rinuncia non sia accettabile da parte di un uomo gay. A meno di affermare, sotto traccia, che l'omosessualità è una specie di marchio di infamia, che impedisce persino di rispettare un impegno solenne.

Non è un caso che gli strali del Vaticani puntino dritto alla "cultura gay" e alle tendenze "profondamente radicate". Sotto sotto c'è scritto:
Scopate pure con altri maschi, concedetevi pompini e inculate, ma non venite a dirci che siete "gay". I gay non esistono.

Tanto è vero che i rettori dei seminari devono «verificare tra l'altro che sia stata raggiunta la maturità affettiva». Come a dire che gli "omosessuali militanti" (cioè i gay) sono affettivamente immaturi.
Che tristezza e che pochezza in queste gerarchie cattoliche. Sono già morti e sepolti e nemmeno lo sanno.

Thursday, November 10, 2005

Una sciocchezza resta una sciocchezza

"L'articolo 29 della Costituzione tutela specialmente la famiglia fondata sul matrimonio e vieta il riconoscimento delle unioni gay. Tantomeno dei matrimonio gay".

Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase come una verità di fede, come un'affermazione su cui non si discute. Qualcuno, invece, più esperto e capace di me ne ha discusso e spiega perché non solo la Costituzione (all'articolo 29) non vieta il matrimonio gay, ma anzi - in varie altre sua parti, dall'articolo 2 all'articolo 3 - impone che situazioni equivalenti siano trattate allo stesso modo. Con buona pace dei "costituzionalisti" clericali.

Ecco quello che spiega Felice Mill Colorni su Critica Liberale:

La Costituzione delle mille famiglie
di Felice Mill Colorni

Tempo fa Rai Educational ha trasmesso un incontro fra un gruppo di liceali romani e un illustre costituzionalista, attivo militante della sinistra. A una ragazza che gli chiedeva se non ritenesse opportuno prevedere qualche forma di tutela giuridica delle famiglie di fatto e di quelle omosessuali, il protagonista della trasmissione rispondeva: «Secondo l'articolo 29 della Costituzione, la Repubblica riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, dunque le famiglie di fatto non possono venire tutelate, perché è assente l'elemento determinante che è il matrimonio», concedendo poi che tuttavia una qualche attenuata forma di riconoscimento sarebbe stata ipotizzabile sulla base dell’art. 2, relativo alle «formazioni sociali ove si svolge la personalità» dell’individuo. La citazione dell’art. 29 è testualmente sbagliata, ma l’errore è molto significativo, perché rispecchia una convinzione oggi molto diffusa, frutto di un vivacissimo attivismo politico-culturale, che è riuscito a riportare il dibattito diffuso su questi temi indietro di svariati decenni. Questa storia secondo cui l’articolo 29 primo comma della Costituzione impedirebbe di riconoscere parità di diritti alle famiglie di fatto e a quelle omosessuali (distinte, queste ultime, dalla generalità delle prime, in quanto le coppie gay in Italia non possono scegliere volontariamente se essere o meno “di fatto”) è in effetti da qualche anno un Leitmotiv del neoclericalismo italiano che, sempre più minoritario nella società, riesce a guadagnare peso politico grazie ad aggressive strategie di lobbying e all’accondiscendenza dell’intera classe politica: anche di molti “laici”, scarsamente interessati a questi argomenti e quindi pronti ad assecondare il punto di vista clericale, ritenuto (a torto) molto popolare fra gli elettori. La storia si ripete: anche alla vigilia del referendum del 1974 i politici “laici” erano convinti che gli elettori avrebbero bocciato la legge sul divorzio. Da ultimo, si è fatto un largo, aggressivo e apodittico uso di queste tesi sull’art. 29 primo comma in occasione del dibattito parlamentare sulla legge sulla fecondazione assistita.

L’articolo 29 della Costituzione non dice affatto, come una lettura superficiale potrebbe suggerire, che la Repubblica riconosce come famiglia solo quella definita come «società naturale fondata sul matrimonio» - definizione, peraltro, come è evidente, intrinsecamente contraddittoria e comicamente incongrua, dato che è ben arduo sostenere che un negozio giuridico come il matrimonio esista “in natura” o sia sempre esistito ed esista ovunque e fondi un modello di famiglia sostanzialmente identico in tutte le società umane. L’art. 29 dice invece una cosa diversa: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». I costituenti vollero con ciò statuire che lo Stato non avrebbe potuto fare a meno di garantire «i diritti» delle famiglie fondate sul matrimonio, alle quali veniva così assicurata una relativa sfera di autonomia rispetto al potere regolativo dello Stato: di qui l’illegittimità costituzionale una legge ordinaria che mirasse a disconoscere i diritti di tali famiglie. I cattolici hanno sempre tentato di interpretare questa norma secondo la loro prospettiva giusnaturalistica, affermando che a tali famiglie viene qui piuttosto riconosciuta una priorità e una originalità rispetto all’ordinamento dello Stato. Hanno sempre negato che il riferimento al carattere di «società naturale» della famiglia possa ricavarsi da un concetto sociologicamente determinato e storicamente mutevole di che cosa costituisca “famiglia” ai sensi della Costituzione e che a tale espressione vada quindi riconosciuto un valore puramente recettizio. Questa tesi però non nasce con lo scopo artificioso di fornire oggi una legittimazione costituzionale al riconoscimento delle famiglie di fatto o di quelle omosessuali, ma era già stata sostenuta in epoca non sospetta: per esempio, già nel capitolo del Commentario della Costituzione diretto da Giuseppe Branca dedicato all’art. 29, redatto nel 1976 da Mario Bessone. In ogni caso, rispondendo alle critiche dei parlamentari laici contro il carattere ideologico che altri democristiani, come La Pira, intendevano attribuirle, lo stesso Aldo Moro, in sede di Assemblea costituente, dichiarò che quella dell’art. 29 «non è una definizione, è una determinazione di limiti». E Mortati ribadì che essa aveva lo scopo di «circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua [della famiglia] regolamentazione». L’autonomia della famiglia fondata sul matrimonio, come “formazione sociale intermedia”, non avrebbe potuto essere invasa da interventi autoritari, come quelli messi in atto dai regimi fascisti appena tramontati o da quelli comunisti, volti a soppiantarla a vantaggio di regolamentazioni autoritative di taglio statalista o collettivista e di modelli organizzativi o fini contrastanti con quello di sede del libero e autonomo svolgimento della personalità dei suoi singoli componenti e di tutela dei loro «diritti inviolabili» (così definiti dall’art. 2). Punto. L’art. 29 non prende neppure in considerazione modelli familiari alternativi a quello della famiglia fondata sul matrimonio, modelli che certo non tutela, ma dei quali anche si disinteressa totalmente, e quindi non gli si può far dire che diritti analoghi o uguali a quelli riconosciuti alla famiglia tradizionale devono essere sempre negati alle famiglie non tradizionali e non fondate sul matrimonio. Un tale riconoscimento da parte della legge ordinaria, infatti, non riguarderebbe minimamente la materia regolata dall’art. 29, e non avrebbe nessuna incidenza su quel che l’art. 29 dispone, dato che non sarebbe suscettibile di modificare, limitare, compromettere o intaccare in nessun modo e in nessuna misura i diritti o la sfera di autonomia delle famiglie tradizionali, che non ne sarebbero neppure sfiorati. Al contrario, è la Costituzione, all’art. 30, che richiede esplicitamente, almeno ai fini della tutela dei figli naturali, l’eliminazione delle leggi ordinarie emanate al solo fine di punire le famiglie diverse da quelle tradizionali (obiettivo che, realizzato in buona misura dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, viene oggi apertamente contraddetto da leggi regionali - come quella del Friuli-Venezia Giulia - che discriminano apertamente i figli naturali per colpire le scelte di vita dei genitori, leggi che non sono ancora state dichiarate illegittime, e che sono state approvate grazie al nuovo clima e ai nuovi poteri ottenuti con l’improvvida riforma sul federalismo interno, oltre che grazie al lobbismo neoclericale e all’assenza di quel controllo democratico diffuso e competente che circonda pur sempre l’attività delle Camere ma non quella dei Consigli regionali). Del resto, all’epoca dell’approvazione della Costituzione, le famiglie non tradizionali non costituivano certo quel fenomeno sociale diffuso ed emergente che ne fa oggi un problema politico di tutto rilievo nelle nostre società; o meglio, esistevano come mera conseguenza dell’impossibilità di scioglimento del matrimonio, ma non costituivano in genere una scelta di vita volontaria, bensì un mero ripiego cui gli interessati avrebbero ben volentieri rinunciato se avessero potuto risposarsi. Tanto meno era pensabile che si potesse mai porre in termini legislativi il problema del riconoscimento delle famiglie omosessuali. Nessuna sorpresa quindi che la materia non fosse ritenuta di rilevanza (addirittura) costituzionale. Anche in linea più generale, d’altra parte, è del tutto illogico pretendere che la particolare o rinforzata tutela esplicitamente garantita dalla Costituzione a una specifica situazione obblighi positivamente anche a denegare lo stesso trattamento ad altre situazioni socialmente analoghe o identiche: la garanzia costituzionale rinforzata di un diritto non implica di per sé anche l’obbligo costituzionale di negare la parità di trattamento ai casi in cui, pure, essa non sia costituzionalmente dovuta. Gli articoli 33 primo comma e 19 tutelano in modo particolare, rispettivamente, la libertà di insegnamento e la libertà di culto, ma nessuno si sogna di trarne la conseguenza che la libertà di espressione del pensiero in altri campi, garantita in modo meno incondizionato dall’art. 21, debba essere obbligatoriamente limitata al solo fine di sottolinearne un presunto minor valore o una minore dignità nei casi che non sono oggetto della tutela rinforzata prevista dagli artt. 33 e 19. Affermare in modo particolarmente solenne e impegnativo i diritti di qualcuno (perché sono la storia recente e gli avvenimenti altrove in corso a consigliare di farlo) non equivale a vietare qualunque minimo riconoscimento dei diritti di qualcun altro; e comunque una così rilevante denegazione di diritti, per essere obbligatoria benché derogatoria rispetto a principi fondamentali della Costituzione, dovrebbe almeno essere stata formulata in modo espresso. Il problema dei limiti costituzionali all’intervento legislativo sulla famiglia ha semmai posto delicati problemi nel passato: quando si è a lungo e animatamente discusso se e fino a che punto proprio la disciplina legislativa della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio potesse essere oggetto di incisive riforme, in particolare in relazione ad un preteso obbligo di garantirne l’indissolubilità (nonostante la Costituente avesse approvato, per soli tre voti, un emendamento soppressivo della costituzionalizzazione dell’indissolubilità) e più in generale in relazione ad un presunto obbligo di preservarne i caratteri tramandati dalla tradizione e ritenuti da politici e giuristi clericali intrinseci ad un astorico modello proprio della «famiglia come società naturale»: e ciò, nonostante che lo stesso art. 29, al secondo comma, e l’art. 30, non solo autorizzassero, ma addirittura imponessero incisive riforme, con ciò smentendo la fondatezza dell’interpretazione “tradizionalista”. Ma questi problemi, risolti con la legge sul divorzio e con la riforma del ’75, non hanno comunque alcuna attinenza con l’introduzione e il riconoscimento di nuovi istituti giuridici, relativi a modelli di famiglia non tradizionali e diversi da quello di cui si occupa l’art. 29. Va tra l’altro rilevato che l’interpretazione qui esposta dell’art. 29 primo comma, perfino banale oltre che strettamente letterale, dovrebbe in teoria essere tutt’altro che sgradita a giuristi di orientamento conservatore, se non portasse a sgradite conseguenze politiche. Essa è infatti perfino coerente con una assai sobria concezione positiva della Costituzione, intesa come mero limite all’attività del legislatore ordinario, concezione abitualmente preferita dai giuristi conservatori, o anche liberalconservatori, a quella di chi nella sinistra italiana ha considerato per anni la Costituzione del ’48 come la traccia di un “programma” di mutamento sociale cui il legislatore ordinario avrebbe dovuto attenersi per realizzarne gli obiettivi di riforma sociale e attuare i valori etico-politici in essa racchiusi (Tarello). Negli ultimi anni si è tentato in realtà di leggere l’articolo 29 primo comma come se esso riproducesse in Italia l’art. 6.1 della Costituzione tedesca, secondo il quale «il matrimonio e la famiglia godono della particolare protezione dell’ordinamento statale» [Ehe und Familie stehen unter dem besonderen Schutze der staatlichen Ordnung]. Tale formulazione avrebbe potuto in teoria, con qualche forzatura, autorizzare interpretazioni restrittive come quelle auspicate in Italia dagli esegeti neoclericali dell’art. 29, dato che l’aggettivo besonder-, qui reso in italiano con “particolare”, copre anche un campo semantico più ampio, che include significati come “speciale” o “über das Normale” (Duden), cioè “superiore al consueto”: se ne potrebbe in teoria dedurre non solo una particolare tutela da regolamentazioni invasive, ma anche l’imposizione di un regime “di privilegio”, derogatorio rispetto al principio di uguaglianza formale. È molto verosimile che all’origine o a sostegno della nuova vulgata interpretativa dell’articolo 29, incentrata non più sui limiti alla regolamentazione legislativa della famiglia fondata sul matrimonio ma sull’asserito divieto di parità di trattamento per le famiglie non tradizionali, ci sia stato, a suo tempo, il più sofisticato e ambizioso intento di proporre in Italia interpretazioni dottrinali restrittive elaborate dai giuristi conservatori tedeschi. In realtà, se tale fosse stato l’obiettivo, va detto che lo sforzo era mal indirizzato: contro la legge tedesca sul “matrimonio gay”, la Lebenspartnerschaftsgesetz, analoga alle leggi “matrimoniali” scandinave, approvata due anni fa dalla coalizione “rosso-verde”, avevano fatto ricorso alla Corte costituzionale i Länder governati da Cdu e Csu, ma la Corte ha recentemente respinto la tesi dell’incostituzionalità (anche se, significativamente, sulla base dell’argomento che tale legge non equipara proprio interamente al matrimonio tradizionale le unioni omosessuali). In ogni caso, in Italia l’art. 29 primo comma stabilisce soltanto che la legge non può denegare i diritti o ledere la sfera di autonomia delle famiglie fondate sul matrimonio, e non tutela, ma neppure regola in alcun modo, le famiglie alternative. Non fissa nessuna scala gerarchica di dignità delle scelte individuali, e non esprime neppure indicazioni o “preferenze” sulle libere scelte che i cittadini compiono riguardo alle loro vite. Questo però non significa che altre indicazioni, anche cogenti, non siano desumibili da altre disposizioni costituzionali. Una norma cardine dell’intero ordinamento costituzionale italiano, come l’articolo 3 primo comma, che impone l’uguaglianza formale fra i cittadini come parametro fondamentale di legittimità della legge ordinaria, impone che situazioni giuridiche uguali siano trattate in modo uguale. Nella misura in cui situazioni giuridiche attinenti alle famiglie tradizionali siano identiche a quelle attinenti a famiglie non tradizionali, queste ultime devono essere trattate in modo identico. Non solo quindi l’art. 29 primo comma non impone un trattamento differenziato, ma la Costituzione vigente nel suo complesso - e in alcuni casi gli impegni internazionali dell’Italia - impongono al contrario parità di trattamento e parità di diritti. E ancora: si è detto che l’art. 29 primo comma colloca la tutela della famiglia nel quadro del sistema delle autonomie riconosciute alle “formazioni sociali intermedie”. Tali «formazioni sociali», che dunque ricomprendono anche la famiglia (tradizionale e matrimoniale) come caso speciale, rivestono il ruolo essenziale di luoghi «ove si svolge la personalità» del singolo individuo, come recita l’art. 2. Come tali esse sono i luoghi all’interno dei quali «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Che fra tali «formazioni sociali» possano riconoscersi anche le “famiglie di fatto” comincia ad essere abbastanza pacificamente riconosciuto da dottrina e giurisprudenza. Ed è altrettanto chiaro dalla lettura complessiva delle disposizioni costituzionali riguardanti le «formazioni sociali» e la famiglia che il loro fine comune è il pieno e libero sviluppo della personalità e dei diritti umani fondamentali degli individui che le compongono (tanto che non ha mai avuto successo il tentativo di attribuire alla famiglia - neppure alla famiglia tradizionale e matrimoniale - il carattere di persona giuridica, titolare di situazioni giuridiche soggettive distinte e sovraordinate rispetto a quelle dei singoli componenti): è evidente che, a questi effetti, qualunque discriminazione non potrebbe che ritenersi del tutto illegittima. Né si pensi che la stessa qualificazione di “famiglia” qui attribuita alle famiglie non tradizionali e non fondate sul matrimonio sia irrilevante o meramente ideologica. Anche a prescindere dall’evidente rilievo assiologico della questione - che pure è costituzionalmente rilevante, trattandosi di riconoscere ai cittadini la «pari dignità sociale» assicurata dall’art. 3 primo comma - sono numerose le norme di vario rango, a cominciare dall’art. 31 primo comma della stessa Costituzione, che attribuiscono alle “famiglie” (non sempre solo alle famiglie con figli) determinati benefici o agevolazioni economici o sociali: la mancata attribuzione della qualificazione di “famiglie” a quelle non tradizionali non potrebbe che comportare pesanti e illegittime discriminazioni, spesso a carico degli individui che le compongono. Quel che può essere oggetto di dibattito è quanto penetrante possa essere la parificazione dei diritti: l’articolo 3 primo comma impone di trattare in modo identico situazioni giuridiche identiche, ma, si argomenta, le situazioni configurabili per le famiglie di fatto non sono mai identiche a quelle delle famiglie fondate sul matrimonio, dato che i partner che hanno dato vita alle prime hanno pur volontariamente scelto di non sposarsi. Ed è evidente che, come ha anche sottolineato la Corte costituzionale, si frustrerebbe tale libertà di scelta, se si volesse imporre loro autoritativamente lo stesso regolamento giuridico delle famiglie tradizionali. Tale argomento è ben fondato nel caso di conviventi di sesso diverso - ma non certo fino al punto di ritenere necessariamente del tutto irrilevante ogni e qualunque conseguenza economica, sociale e giuridica dell’unione di fatto e comunque non mai, come ha anche riconosciuto la stessa Corte, per quel che riguarda i diritti dei figli, che non hanno potuto scegliere proprio nulla. Ma non lo è nel caso delle famiglie di fatto omosessuali, dato che i loro componenti, a differenza dei primi, non hanno potuto affatto liberamente scegliere, in Italia, se sposarsi o meno. E, come tutti gli esseri umani, non hanno neppure scelto il proprio orientamento sessuale, e quindi affettivo, che costituisce così una «condizione personale» ascritta, sulla base della quale ogni discriminazione legislativa dovrebbe ritenersi espressamente vietata dall’art. 3 primo comma della Costituzione. Né d’altra parte si vede in che cosa la condizione giuridica di una coppia omosessuale convivente si possa distinguere rispetto a quella di una coppia di coniugi eterosessuali che non possano o non intendano avere figli. Una soddisfacente soluzione di questo aspetto del problema potrà aversi solo quando anche in Italia sarà consentito agli omosessuali di contrarre matrimonio (come al momento può avvenire solo in Olanda) o almeno di fare ricorso ad un istituto corrispondente che, magari senza assumere il nomen juris di matrimonio, e magari limitandosi a regolamentare soltanto i rapporti fra i partner (senza cioè estendervi l’applicabilità delle norme sulla filiazione), consenta però a due persone dello stesso sesso di scegliere di regolare i loro propri rapporti giuridici e patrimoniali ricorrendo alle stesse possibili alternative fra cui possono scegliere due partner di sesso diverso, senza alcuna discriminazione o differenziazione. Tali istituti sono ormai vigenti in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, e un progetto in tal senso (mirante a istituire le «unioni domestiche registrate») è stato da qualche mese presentato anche al Parlamento italiano dal deputato Grillini e altri. Anche una volta che un tale istituto fosse introdotto nell’ordinamento italiano, resterebbe comunque il problema delle famiglie di fatto (eterosessuali o omosessuali), non intenzionate a ricorrere al matrimonio o alla corrispondente “unione registrata”. La predisposizione di nuovi istituti giuridici ad esse riservati appare necessaria, di fronte alla molteplicità dei legami famigliari e affettivi prodotti dal pluralismo sociale, e può essere prevista sia introducendo la possibilità, per chi lo preferisca, di adottare regolamentazioni pattizie più leggere ed elastiche del matrimonio e dell’“unione registrata” (come il Pacs francese, di cui lo stesso deputato diessino ha appena presentato una versione italiana), sia prevedendo una qualche minimale forma di tutela almeno del partner economicamente molto svantaggiato in caso di scioglimento di convivenze more uxorio anche non formalizzate in alcun modo ma protrattesi a lungo nel tempo. Che la Costituzione italiana vieti tutto questo è un’emerita sciocchezza. Ripetuta ossessivamente da zelanti parlamentari, giornalisti e giuristi neoclericali potrà anche diventare senso comune, come sempre più spesso capita che avvenga alle sciocchezze ossessivamente ripetute dai media. Ma resterà pur sempre un’emerita sciocchezza.

felice.mill_colorni@tin.it

Wednesday, November 09, 2005

Il Texas, i gay e la dittatura della maggioranza

Il Texas è diventato il diciottesimo paese degli Stati Uniti d'America a vietare espressamente nella propria Costituzione il matrimonio fra due persone dello stesso sesso.

Nel referendum di ieri - martedì 8 novembre 2005 - il 75% dei votanti ha approvato il bando al matrimonio gay. Ma non solo: la stessa legge vieta anche le unioni civili e la concessione di diritti alle coppie di fatto, persino quelle composte da un uomo e una donna.

Le 43mila coppie dello stesso sesso che vivono in Texas, secondo numerose stime, forse farebbero meglio a cambiare stato. In fondo lì una legge vietava già i "matrimoni gay", ma la destra cristiana ha pensato che una legge ordinaria non bastasse, anzi rischiasse di essere abrogata dai magistrati militanti (le toghe liberal), perciò il bando doveva essere accolto nel testo della Costituzione.

"Questa non è democrazia; è tirannide della maggioranza", denuncia Matt Foreman, direttore della National Gay and Lesbian Task Force. "Non è giusto che i diritti di una piccola minoranza siano decisi da un voto popolare. Non sarebbe tollerato per nessuna minoranza, ma avviene così per i gay".

Se ne vadano, consigliavo prima a queste migliaia di coppie. Forse per loro sarebbe più salutare vivere in New England, magari nel Maine. Gli elettori di quello stato hanno respinto un referendum abrogativo delle tutele di gay, lesbiche, transessuali e transgender sui luoghi di lavoro e nell'accesso al credito. La legge era stata promulgata a marzo e subito i cristiani conservatori avevano avviato la raccolta di firme per abrogarla via referendum, come era successo altre tre volte negli ultimi dieci anni. Stavolta, però, l'informazione e, chissà, forse la voglia di differenziarsi dai texani ha ribaltato la situazioni e i cittadini del Maine hanno respinto l'abrogazione. Il Maine è il 17esimo paese degli Stati Uniti a introdurre una legislazione contro le discriminazioni.
In America comunque mala tempora currunt.

Tuesday, November 08, 2005

Baci vietati, siamo in Brasile

Alla fine il tanto atteso e temuto bacio gay non ha invaso le innocenti televisioni brasiliane, accese su milioni di famigliole ingenue e bisognose di protezione contro questo inevitabile imbarbarimento dei costumi.

Come ha scritto Paolo su Tom è gravissimo che ancora faccia notizia il bacio fra due uomini in una telenovela, financo in un paese - il Brasile - che della telenovela ha fatto il proprio orgoglio nazionale. Ancora più grave, se possibile, che il tanto annunciato, atteso, esorcizzato bacio alla fine non si sia visto.

I milioni di spettatori che venerdì sera si sono sintonizzati su Globo Tv per vedere América sono rimasti delusi: Junior e Zeca - i due simpatici personaggi che vedete in foto - non hanno incrociato le lingue in favore di telecamera.

Il giallo è nella volontà che ha impedito tale minimo tele gay pride. La sceneggiatrice Gloria Perez difende sé e il regista, sostenendo che la scena del bacio c'era ed è stata tagliata dallìemittente. Globo tv ribatte che non c'era nessun bacio e men che meno ci fu taglio.
Davvero una telenovela.

Saturday, November 05, 2005

Tre anni di carcere se bruci un gay

Sei gay? Non meriti di essere nostro amico. Anzi nemmeno di vivere, quindi ti bruciamo.

Più o meno è quello che è successo a Marian Pavel Caster, un ragazzo albanese di Viterbo che l'anno scorso è stato bruciato vivo da tre suoi connazionali. Si è salvato per miracolo, ma le ustioni hanno sfigurato l'ottanta per cento del suo corpo.

L'altro ieri il Tribunale di Viterbo ha condannato i tre colpevoli a 3 anni e dieci mesi di carcere, con il patteggiamento e le attenuanti generiche, contro una richiesta dei pubblici ministeri di 21 anni di prigione.

Quindi sfigurare orrendamente una persona e tentare di ucciderla ("perché era gay") costa solo meno di quattro anni di carcere. Ovviamente questo grazie anche alla legislazione italiana, che non punisce con maggiore gravità i crimini con una motivazione abietta, come quella legata all'omofobia. O meglio: l'aggravante c'è (giustamente) se il delitto è commesso a causa della razza o della religione (quindi vittime di colore o ebree o musulmane), ma non vale se la motivazione è l'orientamento sessuale.

Quindi: gay al rogo!

Friday, November 04, 2005

Sandra O'Connor deciderà ancora una volta

Buone notizie (pro tempore) per i gay americani.

Il Senato degli Stati Uniti ha deciso di rinviare a gennaio le audizioni del nuovo candidato presidenziale alla Corte Suprema, Samuel Alito, contro le richieste (quasi ultimative) di George Bush che voleva una conferma entro la fine dell'anno.

In questo modo sarà la moderata (e LAICA) giudice Sandra Day O'Connor a giudicare il caso delle università americane che si oppongono al reclutamento dell'esercito nei campus, per una critica al principio discriminatorio antigay "don't ask, don't tell".

In pratica diverse facoltà di legge hanno impedito all'esercito di fare proselitismo dentro i campus, perché l'esercito discrimina i gay. Una Corte d'appello ha dato ragione alle università, bocciando la legge che blocca i finanziamenti statali ai campus che vietano il pieno accesso all'esercito. Bush si è appellato alla Corte e a dicembre la Corte emetterà una sentenza, con il voto (probabilmente decisivo) della O'Connor.

In tutto questo è spuntato fuori un vecchissimo parere (è del 1971) di un giovane Alito studente di legge a Princeton, che condannava le leggi antisodomia e bollava come vergognosa la discriminazione di gay e lesbiche. Invecchiando sarà peggiorato?

Wednesday, November 02, 2005

PPP

Esattamente trent'anni fa moriva Pier Paolo Pasolini, ucciso in circostanze mai davvero chiarete al Lido di Ostia. Per motivi politici, per motivi futili, in un agguato? probabilmente non lo sapremo mai, ora che se ne sono andati anche Laura Betti e Franco Citti, ma ora non è questo che importa di più.
Uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento e un pensatore che - sotto certi aspetti - ha previsto e anticipato, in scritti profetici, quello che il nostro paese sarebbe diventato nei decenni successivi. Pasolini e le sue pagine sono imprescindibili per capire la trasformazione dell'Italia e il passaggio rapidissimo da una civiltà contadina a una industriale e, in rapida successione, già post-moderna.

Un blog che si occupa in particolare di omosessualità, movimento glbt e riflessioni queer non può dimenticare Pasolini, uno dei primi a vivere pubblicamente la propria omosessualità, facendone materiale di poesia, riflessione e cinema. Eppure - devo dirlo a costo di blasfemia - Pasolini non fu mai un "intellettuale gay" né tantomeno un attivista. Anzi, il termine "gay" accanto al poeta di Casarsa è comunque fuori luogo.

Se fosse vissuto ancora, probabilmente Pasolini avrebbe rigettato - come del resto molti altri della sua generazione - le lotte per i diritti gay e avrebbe guardato con una punta di disprezzo o commiserazione le coppie dello stesso sesso e le battaglie per il matrimonio. In Pasolini l'omosessualità, in omaggio probabilmente allo spirito dei tempi, è tutta rivoluzionaria, anti-borghese, inconciliabile con il mondo degli eterosessuali. Ed è un'omosessualità notturna, peccaminosa, quasi mai paritaria.

Nel sistema morale e intellettuale di Pasolini, come in quello di quasi tutti i suoi coevi omo o eterosessuali che fossero, non c'è spazio (e forse non poteva esserci) per l'omosessualità quotidiana, per il rapporto "regolare" fra due uomini o due donne che scelgono di vivere insieme la propria vita o una parte consistente di essa. L'omosessualità di Pasolini è insieme luogo di incontro fra mondi sideralmente lontani (l'intellettuale borghese e il giovane borgataro) e ricerca di un paradiso irraggiungibile, vagheggiato nei suoi film più sensuali e solari (penso al Fiore delle mille e una notte o al Decameron).

Indubbiamente Pasolini ha ancora molto da dire e la sua opera deve essere tuttora letta, elaborata e compresa con uno schermo temporale più ampio e con meno partecipazione emotiva, quella che manca ai suoi interpreti ed esegeti che hanno condiviso con lui un'esperienza di vita e del mondo.

Tuesday, November 01, 2005

Anche noi con Israele. Ma chi ha difeso i gay?

Giovedì 3 novembre non sarò - per problemi organizzativi, distanze (vivo a Milano), tempo e denaro - fisicamente a Roma alla manifestazione in difesa dell'esistenza di Israele davanti all'ambasciata iraniana. Però in ispirito partecipo a quell'incontro, perché spero e desidero che lo stato di Israele continui a esistere e anzi accanto a esso sorga finalmente uno stato di Palestina.

Anche l'Arcigay ha aderito giustamente, perché quella di Gerusalemme è l'unica nazione democratica della regione e Israele è l'unico stato a non discriminare le persone omosessuali. In questo senso anzi i diritti civili dovrebbero estendersi anche ai paesi vicini.

Ma vorrei fare una domanda agli zelanti organizzatori della manifestazione pro-Israele e a tutti quelli che di corsa (lo ripeto, giustamente) hanno fatto sapere che ci saranno.

A luglio in poche decine di persone manifestammo a Roma e a Milano, sotto l'ambasciata e il consolato d'Iran, contro l'impiccagione di due ragazzi, Ayaz Marhoni e Mahmoud Asgari, uccisi perché avevano avuto un rapporto sessuale gay.

In quell'occasione - di fronte alla morte di due giovani, non a minacce (seppur terribili come quelle di Ahmadinejad) - pochi giudicarono opportuno unirsi alla protesta in nome dei diritti civili, in nome di due giovani di amarsi liberamente.

Io dico: è giusto oggi manifestare in difesa di Israele, era ugualmente giusto manifestare contro l'omofobia di regime che in Iran non si ferma neppure di fronte alla pena di morte. Ma forse, per qualcuno, non tutte le vite hanno lo stesso valore.

Manifestiamo per la vita

(Post originariamente pubblicato il 26 luglio 2005 su Village)

Iran, una provincia nordorientale del paese. Due ragazzi, ormai lo saprete tutti, sono stati condannati a morte e giustiziati per impiccagione. Ayaz Marhoni aveva 18 anni, Mahmoud Asgari 16. Sono stati condannati per un rapporto sessuale, anzi "omosessuale".


















L'orrore di questa immagine (e di altre che mostrano i due adolescenti in lacrime mentre vanno al patibolo) ha fatto il giro del mondo.

Naturalmente in questo caso i "difensori della vita" in servizio permanente effettivo si sono ben guardati dal far sentire la propria voce. I vari Volonté, Bondi, Pedrizzi, che si commuovono di fronte a tre cellule indistinte e non sentono il bisogno di difendere vite reali.

Neppure la chiesa cattolica, dal papa Ratzinger a monsignor Ruini, fino a decine di vescovi, cardinali e sacerdoti che tuonano quotidianamente in difesa "della vita" e contro "la cultura della morte" hanno pensato di condannare questa barbarie. Un caso di "relativismo"?

Non lo so. So che, nel nostro piccolo, possiamo dare un segnale, forse di scarsa utilità, ma che ci unisce idealmente alle proteste in atto in tutto il mondo.

L'appuntamento è per domani pomeriggio, mercoledì 27.


MILANO
PIAZZA DIAZ 6 DAVANTI al CONSOLATO d'IRAN
ORE 17,00 PRESIDIO

ROMA
VIA NOMENTANA 365 AMBASCIATA d'IRAN
0re 18,30 SIT IN