Saturday, December 31, 2005

Il 2005, anno del matrimonio

Si chiude oggi il 2005 che sotto molti rispetti è stato un anno storico per i diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Anche se in alcune parti del mondo, dall'Iran alla Polonia fino agli Stati Uniti di Bush l'omofobia ha rialzato la testa, nello stesso tempo si sono moltiplicate le nazioni che riconoscono i diritti fondamentali, in particolare delle coppie gay.
Oggi voglio vedere il lato positivo, quindi brindo a un 2005 che ci ha portato il matrimonio in Spagna e Canada, le unioni civili in Gran Bretagna (seguite ieri dalle adozioni congiunte, ché finora erano consentite solo ai singoli) e la sentenza storica della Corte Costituzionale per il matrimonio in Sud Africa.

Gennaio è stato il mese di Buzzanca e del sorprendente Mio figlio
Aprile ha visto il primo voto della Camera spagnola per il matrimonio esteso a tutti
Il 17 maggio abbiamo celebrato la prima Giornata contro l'omofobia
Giugno è stato un mese memorabile: il 5 gli svizzeri hanno votato sì al referendum sulle unioni domestiche
e il 30 la Spagna ha approvato definitivamente la nuova legge sul matrimonio
A luglio la pessima notizia della doppia esecuzione di due ragazzi gay in Iran
ma poi il Canada si è aggiunto alle nazioni che riconoscono le nozze fra persone dello stesso sesso
Settembre ha visto i cowboy gay di Brokeback mountain trionfare alla Mostra di Venezia
in California invece Schwartzenegger ha deluso le aspettative degli attivisti, respingendo la legge sul matrimonio approvata dal parlamento
A ottobre l'Abbé Pierre ha sorpreso la Francia, sostenendo le unioni omosessuali nel suo libro autobiografico
A novembre la chiesa cattolica ha impresso un nuovo marchio di infamia sui gay
poi abbiamo detto addio a Pierre Seel, che ci ha insegnato a non vergognarci di noi e rivendicare dignità anche per le sofferenze che abbiamo subito
Dicembre ci ha riconciliato con le istituzioni: prima la Corte Suprema del Sud Africa ha obbligato il parlamento a estendere il matrimonio alle coppie gay
poi in Gran Bretagna sono stati celebrate le prime unioni secondo la legge sul Civil Partnership

Che il 2006 porti buone nuove anche nella povera Italietta. Auguri a tutti

Friday, December 30, 2005

L'ultimo omocidio e la solita omofobia

Alessandro e Luigi avevano una storia, che tenevano segreta a Caltanissetta, una delle realtà più tranquille della Sicilia. Ma Alessandro, 38 anni, voleva qualcosa di più, chiedeva al suo compagno di rendere pubblica la loro relazione, di smettere di nascondersi: in fondo lui, in più "vecchio, aveva un ottimo lavoro (bancario) e l'altro era indipendente con il suo mestiere di venditore ambulante. E per realizzare il suo sogno Alessandro era arrivato a minacciare l'amico, a "perseguitarlo". Questo almeno pensava Luigi, quando alla fine non ha più resistito alle pressioni del suo amante/amato e lo ha ucciso con un colpo di pistola. Poi ha buttato il corpo in un pozzo, dove ha lasciato cadere inavvertitamente anche il proprio giubbotto con dentro il cellulare e le chiavi di casa.
Quando gli agenti di polizia hanno aperto la sua porta di casa con quelle chiavi, lui ha capito di non poter più negare.

Si sono concluse rapidamente le indagini sull'ultimo (spero) OMOcidio del 2005, quello del bancario 38enne di Caltanissetta, scomparso il 7 dicembre e trovato morto la vigilia di Natale in un pozzo. La polizia ha arrestato un giovane di 23 anni, venditore ambulante, che ha confessato l'omicidio. Secondo il suo racconto, il bancario lo "perseguitava", arrivando anche a minacce e ritorsioni.

Non mi voglio neppure dilungare su come nel 2005 una relazione omosessuale possa generare ancora conseguenze di questo tipo, mentre si celebrano matrimoni "gay" in Spagna Olanda e Belgio (per non dire della Gran Bretagna, passata in 100 anni da Oscar Wilde a Elton John). Vorrei solo che lo capissero quei politici che per bassi interessi di bottega tuonano contro i gay, le unioni civili e i diritti per chi ancora non ha diritti; senza capire che condannano ancora i tanti Luigi e Alessandro, impauriti e nascosti in giro per l'Italia.

Il premio OMOFOBIA 2005, invece, va alla Padania, che ci ha regalato un attacco di articolo da manuale:
"C’è una torbida vicenda di omosessualità dietro il “giallo” dell’omicidio di Alessandro F. V., il bancario di Caltanissetta, scomparso lo scorso 7 dicembre e ritrovato morto la vigilia di Natale".

Non ho aggiunto nulla, ho solo copiato quello che si legge sul sito e mi vergogno di avere colleghi così. Ma a quanto leggo, non sono gli unici omofobi armati di macchina per scrivere.

Thursday, December 29, 2005

Non passa lo straniero (specie se è gay)

I matrimoni "gay" non sono ammissibili in Italia, neppure quelli celebrati all'estero!
È chiarissima la posizione della destra italiana, in particolare di An, condivisa anche dal presidente del Consiglio Berlusconi, secondo cui in Italia "non potrà mai essere legalizzato il matrimonio omosessuale".

Dalle parole ai fatti, deve aver pensato il senatore di An Giuseppe Semeraro, relatore di un disegno di legge che impedirà la registrazione in Italia delle nozze celebrate all'estero, anche negli altri stati europei come Paesi Bassi e Spagna.
"Attualmente - spiega Semeraro - tutti i matrimoni celebrati all'estero su richiesta possono essere trascritti, a meno che non siano contrari all'ordine pubblico. Quindi per evitare 'turbative' di qualsiasi genere e' stato presentato il ddl che stiamo esaminando nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia. Il ddl prevede il divieto di trascrizione per matrimoni contratti in violazione delle leggi italiane".

Quindi non solo i politici italiani, maxime quelli di centrodestra, si oppongono ai diritti dei gay italiani, ma vogliono impedire anche ai cittadini europei di esercitare in Italia i propri diritti già riconosciuti. Peccato - Semeraro questo non lo sa - che l'Unione Europea impedisca questo tipo di discriminazione. Ma l'Italia, si sa, è capace di tutto.

Saturday, December 24, 2005

Buon Natale con le Regine (censurate)

Reinas (con l'accento sulla -ì, nonostante quello che dice il bello e bravo Occhipinti) è il film giusto per festeggiare il Natale.

La pellicola racconta la storia di tre coppie gay che si preparano a sposarsi, viste attraverso gli occhi delle mamme (le vere Regine, come è giusto che sia nella vita di ogni gay che si rispetti). Film piacevole, divertente e in certo senso coraggioso, specie se pianificato a Natale in Italia. Ma la famiglia non è solo quella del senatore Pedrizzi...

Ovvio, quindi, che una solerte commissione censoria decidesse il divieto alla visione per i minori di 14 anni. Miserie di un paese che non sa nemmeno il significato della parola laicità e diritto; e approfitta della religione per ammantare di presentabilità la propria meschinità, piena di pregiudizi bigotti.
Non ci curiam di lor, e Buon Natale a tutti.

Thursday, December 22, 2005

Elton John o l'importanza del coming out

Quante volte dobbiamo sentire critiche ai famosi che dichiarano la propria omosessualità? "Ma perché non tengono tutto per sé?", "Quello che succede sotto le lenzuola è un affare privato", ecc.

Le "nozze" di Elton John, invece, dimostrano proprio il contrario, come sottolinea giustamente anche l'Arcigay. La visibilità di un personaggio noto aiuta tutta la società a capire la naturalezza e la normalità dell'essere gay, del desiderare una vita in comune fra due uomini e una cerimonia che la sancisca pubblicamente.

Per questo stesso motivo varrebbe la pena che venissero fuori anche in Italia calciatori, atleti, campioni olimpici, tennisti omosessuali. Sarebbero un modello per molti adolescenti insicuri e impauriti (come siamo stati un po' tutti noi) e probabilmente anche per i loro genitori.

Tuesday, December 20, 2005

I gay e il gioco maschio

Gay e calcio, binomio impossibile?
«Forse l’aggressività, la determinazione, la grinta richieste da questo sport non si sposano con le caratteristiche degli omosessuali. Nel calcio femminile, invece ho sentito che il fenomeno è più diffuso». Trionfo del luogo comune per Gigi Simoni, allenatore della Lucchese e in passato sulla panchina dell'Internazionale.
Sulla stessa linea, ma con qualche autocorrezione anche l'eterno "ragazzo d'oro" Gianni Rivera: «È chiaro che sono io a sbagliarmi, visto che invece i gay nel calcio ci sono e immagino vivano i loro problemi. A me sembra difficile pensare che scelgano un gioco così maschio, dai contrasti così decisi». Peggio di lui Beppe Bergomi: «Il movimento è così vasto che qualcuno ci sarà, ma in vent’anni non mi è mai capitato di conoscerne uno. E forse ha ragione Rivera, nel calcio serve molta rudezza, si cerca il contrasto aspro...».

Quindi l'equazione è: gioco maschio, scontri duri, niente finocchi. A smentire queste sciocchezze il buon Sandro Mazzola, ancora una volta intervistato dal Corriere: «Non vedo perché non ci debbano essere calciatori gay, o perché ci si debba stupire. Una volta ci si nascondeva di più, oggi i tempi sono cambiati e certe cose si possono dire. Certo che ho conosciuto qualche calciatore omosessuale, ci ho giocato contro. Uno è anche diventato allenatore nel giro delle sue nazionali. Era una cosa risaputa, ricordo che non ci ha turbato: per noi erano avversari come tanti altri».

Ma la figura migliore la fa - sorpresa, sorpresa - Gennaro Gattuso: «Quello del calciatore gay è un luogo comune, come quello del calciatore cocainomane. Per me ce ne sono pochissimi, due o tre su cinquemila. Però non credo che c’entri il gioco maschio, sono due sfere separate. Conosco gay che hanno grinta da vendere».
Che sorte: difesi da uno soprannominato "ringhio"...

Monday, December 19, 2005

L'odore dei soldi

"Sosteniamo i diritti gay". "Basta pubblicità sui media gay". "Annunci sui giornali gay per tutte e 8 le marche Ford".
In poche settimane il colosso automobilistico fondato da Henry Ford ci ha riservato una serie di giravolte degne della miglior politica estera italiana, stretto fra il politicamente corretto, le pressioni dei cristiani integralisti e il succulento mercato gay.

Prima alcuni concessionari Ford avevano promesso di mediare con la società a nome delle "famiglie americane" che non sopportavano il sostegno a una serie di iniziative gay. Poi, a sorpresa, ai primi di dicembre l'annuncio che nel 2006 il gruppo avrebbe smesso di pubblicizzare Jaguar e Land Rover su giornali, tv e siti Internet gay, lasciando solo gli annunci di Volvo.
Subito cantava vittoria la reazionaria Afa, che aveva lanciato un boicottaggio proprio con questo obiettivo.

Reazione sdegnata dei gruppi gay e delle lobby americane per i diritti civili e immediato dietro-front dell'azienda, che invia una lettera per scusarsi e assicura che non solo Land Rover e Jaguar continueranno a comunicare sui media gay, ma si aggiungeranno anche tutti gli altri marchi Ford.
Ma non è finita. Il sito canadese 365gay.com rivela un succoso retroscena: dietro la decisione di Ford ci sono i soldi. Non quelli dei gay, ma quelli di uno dei maggiori azionisti, il fondo pensioni dello stato di New York. Potere del denaro.

Sunday, December 18, 2005

Calciatori e gay: in Germania si può

Sono gay, sono tre e sono calciatori professionisti: uno addirittura "molto famoso".
Secondo il Financial Times hanno deciso di rivelare al pubblico il proprio orientamente sessuale (di fare "coming out"), se troveranno altri otto colleghi disposti a fare lo stesso. In pratica se verrà fuori una "squadra" gay di 11 componenti.

Il Corriere della Sera di oggi dà ampio risalto alla vicenda, con un richiamo in fogliettone di prima pagina. Ma soprattutto ricorda un fatto di cui io non avevo memoria, perché all'epoca non ero nato (oddio, ero troppo giovane!).
Nel 1982 il ct della Nazionale italiana Enzo Bearzot decise il silenzio stampa prima del Mondiale - poi vinto - in Spagna, perché il Giorno aveva adombrato un "feeling" fra due calciatori Paolo Rossi e Antonio Cabrini! Ma lo sapevate? Io no; e non so nemmeno come sia finita la storia.

In Italia comunque calciatori gay non ne abbiamo e, a quanto so, neppure rappresentanti di altri sport ad alto livello, neppure nei giochi individuali dove è (un po') più semplice "venir fuori".
Quanto agli sport di squadra, in Australia hanno avuto il rugbista Ian Roberts, che potete ammirare qui.
In Olanda c'è il calciatore Dominique Van Dijk, del Cambuur Leeuwarden.

Saturday, December 17, 2005

L'Europa dei diritti perde la Lettonia

Giovedì la Lettonia è diventata il primo (e unico, speriamo) paese dell'Unione Europea a discriminare le persone omosessuali nella propria Costituzione.
Il Parlamento di Riga ha approvato una modifica costituzionale che definisce il matrimonio come l'unione "esclusivamente fra un uomo e una donna", per scongiurare qualsiasi riconoscimento delle coppie formate da due uomini o da due donne. Tutto ciò nonostante una legge ordinaria vieti sin dal 1993 i matrimonio fra persone dello stesso sesso.

A questo punto mi chiedo che ci faccia la Lettonia nell'Unione Europea e se abbia deciso di entrare solo per ottenere aiuti economici e sussidi all'agricoltura. Parliamo tanto di Turchia, ma io avrei voluto esprimere un parere anche sull'ingresso di questo paesi dell'Est, dove la cultura della libertà e il rispetto dei diritti umani sono molto più arretrati che in Occidente. Non vorrei che invece di imparare da noi, siano questi paesi reazionari a contagiare le democrazie più avanzate.

Nel frattempo la Camera dei deputati in Cechia ha approvato una legge sulle unioni civili fra gay, grazie ai voti di socialdemocratici e comunisti. Dopo cinque bocciature, la norma che riconosce numerosi diritti è stata approvata con 86 sì e 54 no. Adesso però la parola passa alla Camera Alta, dove la maggioranza è in mano ai conservatori ed è probabile una nuova bocciatura. Ma una prima, paziale vittoria, è arrivata.

Friday, December 16, 2005

Con figli, ma ancora nascosti. Ecco i gay italiani

Sono padri e madri, specie oltre i 40 anni, spesso vivono in coppia - più le donne che gli uomini - ma sono ancora nascosti. Sono i gay italiani, che solo nel 16 per cento dei casi (il 15 per le donne) sono pienamente visibili, hanno già compiuto cioè il loro coming out con amici, familiari e colloghi di lavoro.

La ricerca Modi-di, presentata oggi a Firenze, mostra un mondo omosessuale sotto alcuni rispetti sorprendente, ma in gran parte ancora arcaico, vittima di pregiudizi e di chiusure.
Salta fuori inaspettata l'omo-parentalità, aborrita e temuta dalla maggior parte dei nostri connazionali: oltre i 40 anni il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche hanno almeno un figlio e, complessivamente, sono genitori un omosessuale ogni venti (il 5% dei maschi e il 4,9% delle femmine): in larghissima maggioranza sono genitori biologici, alla faccia della legge 40.

Le notizie più sconfortanti, per me, sono quelle sulla visibilità: metà dei gay e delle lesbiche non ha mai rivelato il proprio orientamento agli amici e addirittura il 9,7% dei maschi e il 4,1% delle donne non ne ha parlato mai con nessuno!

Solo una piccola percentuale non si nasconde mai ed è concentrata al Nord e al Centro del paese. Un panorama che di questi tempi può soltanto peggiorare.

Thursday, December 15, 2005

Se i Ds inseguono la Margherita in moderatismo

In Italia i diritti dei gay non interessano a nessuno men che meno al maggior partito della (cosiddetta) sinistra. Non è un caso che a Torino il consiglio comunale abbia bocciato il registro delle unioni civili con il No dei centristi e - soprendentemente, ma non troppo - anche di molti consiglieri Ds.

Dopo il misero accordo si San Martino sulle "unioni civili" (una specie di ufo dai contorni indefiniti) molti avevano gioite, forse senza riflettere troppo. Adesso anche dentro gli stessi Ds chi si batte per i diritti della comunità glbt comincia a nutrire forti dubbi sulle reali intenzioni della dirigenza del partito. Come il responsabile di Gayleft, Andrea Benedino, che denuncia lo scarso impegno dei Ds ed esprime "preoccupazione e sconcerto".

A me pare che i Ds non abbiano davvero deciso che cosa sono e soprattutto che cosa saranno. Tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei, anche quando come i laburisti hanno scelto la strada liberista in economia, hanno capito di doversi distinguere dai conservatori almeno sui diritti civili. Altrimenti perchè dirsi di sinistra.

In Italia, è vero, c'è l'annosa questione vaticana, ma a me pare sempre più un comodo alibi per nascondere il disinteresse sui temi delle libertà civili e un conservatorismo sociale preoccupante e, da noi, non estraneo alla storia della sinistra comunista.
Arriveremo al punto di dire che ci salveranno i socialisti?

Wednesday, December 14, 2005

I cowboy gay conquistano anche l'America

Siamo stati fra i primi a parlare di Brokeback Mountain, a mio avviso uno dei film più belli degli ultimi anni.

Dopo il Leone d'oro a Venezia, il westerndi Ang Lee su due cowboy gay (il supersexy Heath Ledger e l'altro figo Jake Gyllenhaal) ha già vinto in America i premi della critica per il miglior film e la miglior regia e ha ottonuto sette nomination ai Golden Globe.

Un ottimo viatico per la notte degli Oscar, in attesa del 20 gennaio quando anche in Italia vedremo il film di Ang Lee. Mano ai fazzoletti!

Monday, December 12, 2005

Anche il Cile pronto alle unioni civili gay

Michelle Bachelet ha 54 anni, è stata ministro della Sanità e poi della Difesa in Cile e al primo turno delle elezioni presidenziali cilene ha conquistato il 45,85 per cento dei voti, contro poco più del 25% del suo primo rivale, il magnate dei media e miliardario Sebastián Piñera.

Un risultato straordinario per lei, socialista, divorziata, madre di tre figli avuti da due uomini diversi e dichiaratasi da poco agnostica. Michelle in più viene da una famiglia che ha combattuto la dittatura di Pinochet: il padre era un generale fedele al presidente Allende e ucciso dalle torture del regime, lei stessa e la madre furono in séguito arrestate dalla Dina (la terribile polizia segreta di Pinochet) e rimasero in carcere per un mese.

Al secondo turno, in programma a gennaio, le destre uniranno le forze per provare a riconquistare il Palazzo della Moneda, da cui sono bandite dalla caduta di Pinochet: però alla Bachelet basterà il 5,37 per cento di Tomás Hirsch, candidato della sinistra radicale per confermare il trionfo.

Nel suo programma, concordato da socialisti e democristiani, Michelle non ha voluto introdurre il matrimonio gay, ma ha inserito la lotta alla discriminazione e all'omofobia e una legge sulle coppie di fatto, etero e gay. Per i cileni, ormai, il risultato migliore.

Saturday, December 10, 2005

La Turchia fra l'Europa e le analisi anali

Mehmet Tarhan ha 27 anni, è turco di etnia curda e si dichiara anarchico, obiettore di coscienza e gay.
Per il suo rifiuto del servizio militare ad agosto Mehmet è stato condannato a quattro anni di prigione e incarcerato. La Turchia ha firmato la convenzione europea per i diritti umani, compreso il diritto all'obiezione di coscienza, ma nessuna legge riconosce questa facoltà ai cittadini turchi.
Dietro le sbarre Mehmet è stato sottoposto al taglio obbligatorio dei capelli e della barba e per questo motivo ha cominciato uno sciopero della fame durato 34 giorni, finché gli è stata concessa una cella d'isolamento dove sfuggire alle violenze dei secondini e degli altri detenuti.

Ma non basta: in quanto omosessuale, Mehmet risulta "inabile" al servizio militare secondo la legge turca, ma deve dimostrare di essere gay. Come?, direte voi.

Con una "visita anale", risponde la legge turca, o in alternativa con un video che mostri la penetrazione. Perché solo i gay "passivi" (sapete quanto detesto quest'espressione) sono esentati dal servizio militare. Mehmet ovviamente si rifiuta di sottoporsi a questa barbarie, ma rischia di essere "visitato" per forza, contro la sua volontà.

In vista della nuova udienza del 15 dicembre, anche Amnesty International ha chiesto formalmente alla Turchia di rilasciare Tarhan e ieri a Milano le associazioni gay e quelle per la laicità come Facciamo breccia hanno protestato sotto il consolato turco.
Forse dovremmo scrivere ai nostri parlamentari europei perché l'Europarlamento intervenga ufficialmente.

Thursday, December 08, 2005

Appena in tempo

Matthew Roche aveva 46 anni ed era malato di cancro da diverso tempo. Quando la Camera dei Comuni e poi quella dei Lord hanno approvato la legge sulle Unioni civili (Civil Partnership Act) Matthew ha sperato di poter "sposare" finalmente il suo compagno Christopher Cramp, con cui viveva da sette anni.

Lunedì 5 la legge è entrata in vigore finalmente, ma per celebrare le prime unioni si dovevano aspettare almeno i 15 giorni canonici per le pubblicazioni. Per paura di non fare in tempo, a causa della malattia, Matthew e Christopher hanno chiesto un permesso speciale al municipio di Brighton per sposarsi subito. Le autorità hanno concesso la deroga e lunedì stesso, alle 11, le "nozze" sono state celebrate nella casa di cura St Barnabas, davanti a una ventina di amici e parenti.

Martedì Matthew è morto, ma almeno è riuscito a coronare il suo sogno, di celebrare un'unione ufficiale con il compagno di una vita.
Proprio quello che Rutelli, d'accordo con Ruini e in combutta con Prodi, vuole vietare a tutti noi: modifica del Codice Civile - sostiene l'Unione - ma niente cerimonie né registrazioni.
Di questa elemosina facciamo francamente a meno.

Tuesday, December 06, 2005

Una vittoria o la nostra sconfitta?

Avremo anche noi un riconoscimento come succede nei paesi civili (dalla Nuova Zelanda al Sudafrica)? Oppure ci ritroveremo con una proposta irricevibile, che non riconosce un bel niente e si limita a concedere pochi scarni diritti, senza un valore pubblico?
Questo è il commento del mio fidanzato al post precedente:

Onorevole, ritiene condivisibile la soluzione trovata sulle unioni civili?
«Ritengo perfettamente condivisibile regolamentare diritti oggi non tutelati per le unioni di fatto, dall’assistenza sanitaria, all’alloggio, all’eredità disponibile. Perché risolve i problemi veri della gente senza confliggere con l’articolo 29 della Costituzione, dando vita a matrimonini di serie B. E con la regolamentazione approvata a San Martino, non ci sarebbe alcuna cerimonia a sancire le unioni civili».
Dunque, il punto di differenziazione dai Pacs, di cui si era parlato fino ad ora, sarebbe nell’assenza di una cerimonia, diversa dal matrimonio?
«No, si tratta di una questione sostanziale. Non formale, e neanche terminologica. La normativa scelta a San Martino è un modo per garantire i diritti delle unioni civili che non lede in maniera né diretta, né indiretta l’articolo 29 della Costituzione»

Ecco cosa dice l'Onorevole Fioroni ai giornali.
Non esultate quindi cari gay, la linea dell'Unione è la linea del Cardinal Ruini: niente Pacs, niente cerimonia (che non è solo forma, ma in questo caso sostanza, perchè significa che non ci sarà alcun riconoscimento pubblico di dignità), solo qualche ritocco in sordina al Codice Civile.

Cosa ha da gioire l'Arcigay?
Cosa ha da essere soddisfatto l'Onorevole Grillini?
Questa è la nostra sconfitta.
Questa è la loro sconfitta.
Questa è la sconfitta di SDI, PDCI, DS, Radicali, Verdi, IdV, PRC.
Questa è la vittoria, l'ennesima, della Chiesa e dei suoi alleati clericali.
E non ce la vendessero come una nostra vittoria!

Chiedo a tutti i GLBT, almeno di non festeggiare quella che è la pietra tombale delle nostre rivendicazioni.
Ci rimane solo la dignità, non perdiamo anche quella.

L'Unione è civile

Le unioni civili saranno nel programma dell'Unione di centrosinistra, che non userà la parola Pacs (e sarà anche meglio).
Dall'incontro programmatico in Umbria (dove mancavano socialisti e Udeur) Prodi ha annunciato l'accordo: "Non si chiameranno pacs, ma una soluzione legislativa alle unioni civili, alle cosiddette coppie di fatto, ci sarà nel programma dell'Unione". Un accordo "sulle unioni civili per stabilire diritti privati e pubblici".

Il riferimento ai diritti "pubblici" mi fa ben sperare e allontana lo spettro di una soluzione "riduttiva" che ci ricaccerebbe per anni nel limbo dei senza-diritti. ma voglio essere ottimista e festeggiare a questo annuncio del centrosinistra. Se, sull'onda dei grandi governi europei di sinistra - da Schroeder a Zapatero - anche in Italia riusciremo a garantire i diritti civili, l'Unione avrà il mio voto (filtrato, è ovvio, dai socialisti che sono una garanzia supplementare).
Ma due giorni fa anche D'Alema ha rotto gli indugi: Da parte dei Ds "non c'è nessuna timidezza e nessun passo indietro nel difendere il diritto degli omosessuali e il diritto delle coppie omosessuali a potere vivere la loro dimensione affettiva, la loro sessualità senza temere discriminazioni. Difenderli non è cedere al relativismo, ma promuovere diritti umani".

Aspettiamo solo di vedere il programma nero su bianco, ma a questo punto mi pare che l'impegno di Prodi sia solenne e ufficiale. Speriamo che sia portato a termine.

Monday, December 05, 2005

La Gran Bretagna volta pagina

Liberista in economia e interventista in politica estera, Tony Blair ha dimostrato di essere libertario (e di sinistra) almeno sul tema dei diritti civili.
Così a pochi decenni dall'èra Tatcher, in cui gli omosessuali erano perseguitati e discriminati sul posto di lavoro (a scuola per esempio), la comunità gay britannica può festeggiare la (quasi) parità dei diritti.

Entra in vigore da oggi la legge sulle Civil Partnership, in pratica il matrimonio civile, riservate alle coppie dello stesso sesso. In fondo è una forma di uguaglianza: gli etero hanno il matrimonio, i gay hanno le partnership (con diritti praticamente equivalenti, tranne l'adozione) e nessuno gode di un doppio status. Com'è, invece, in Francia dove gli etero possono scegliere se sposarsi o pacsarsi e ai gay è concessa solo la seconda opportunità.

Alla fine comunque tutti parlano di "matrimonio" fra virgoletti (lo fa anche la Bbc) e - devo dire - sono rimasto sorpreso dal risalto che la stampa italiana ha dato alla notizia: prime pagine su giornai e siti Internet e analisi che sottolineano come la decisione abbia sollevato pochissimi problemi: in un anno la legge è stata annunciata dalla Regina e poi realizzata.

Anni luce da quest'Italia di Casini e commissioni di inchiesta sulla 194...

Friday, December 02, 2005

The law serves as a great teacher

Provo a tradurvi una parte dalla sentenza della Corte Costituzionale sudafricana, che ha sancito l'incostituzionalità della legge sul matrimonio, in cui i gay non hanno i diritti riconosciuti agli etero. Ci la vuole leggere tutta può scaricarla da qui (ma attenzione, è un file da 466 kb).

...

[137] The claim by the applicants in Fourie of the right to get married should, in my view, be seen as part of a comprehensive wish to be able to live openly and freely as lesbian women emancipated from all the legal taboos that historically have kept them from enjoying life in the mainstream of society. The right to celebrate their union accordingly signifies far more than a right to enter into a legal arrangement with many

attendant and significant consequences, important though they may be. It represents a major symbolical milestone in their long walk to equality and dignity. The greater and more secure the institutional imprimatur for their union, the more solidly will it and other such unions be rescued from legal oblivion, and the more tranquil and enduring will such unions ultimately turn out to be. [138] This is a matter that touches on deep public and private sensibilities. I believe that Parliament is well-suited to finding the best ways of ensuring that same-sex couples are brought in from the legal cold. The law may not automatically and of itself eliminate stereotyping and prejudice. Yet it serves as a great teacher, establishes public norms that become assimilated into daily life and protects vulnerable people from unjust marginalisation and abuse.
...

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[137] La richiesta delle ricorrenti di ottenere il diritto di sposarsi dev'essere vista, a mio avviso, come parte di una comprensibile aspirazione a poter vivere apertamente e liberamente come donne lesbiche, liberate da tutti i tabù legali che storicamente gli hanno impedito di realizzare pienamente la propria vita all'interno della società. Il diritto di celebrare la loro unione significa molto di più che il diritto di entrare in un accordo legale con tutte le sue conseguenze, per quanto importanti siano. Questo atto rappresenta una grande e simbolica pietra miliare nel loro lungo cammino verso l'uguaglianza e la dignità. Quanto più grande e sicuro è il sigillo della loro unione, tanto più solidamente queste e altre unioni saranno salvate dall'oblio della legge e diverranno più tranquille e durature.

[138] È un problema che tocca nel profondo le sensibilità pubbliche e private. Io credo che il Parlamento è pienamente in grado di trovare il modo migliore per assicurare che queste coppie dello stesso sesso siano sollevate dall'indifferenza legale. La legge non può eliminare automaticamente e per sé sola stereotipi e pregiudizi. Ma funziona come una grande maestra, stabilisce norme pubbliche che man mano vengono assimilate nella vita di ogni giorno e protegge le persone vulnerabili dall'ingiusta emarginazione e dagli abusi.
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Thursday, December 01, 2005

Sì! Matrimonio anche in Sudafrica

Non si poteva scegliere giorno migliore del Primo dicembre - giornata mondiale per la lotta all'Aids - per una sentenza del genere.
La Corte Costituzionale del Sudafrica ha ordinato al Parlamento di modificare la legge sul matrimonio, per includere le coppie omosessuali. Se non lo farà entro un anno, la norma sarà riscritta dalla stessa Corte.

In base alla Costituzione del Sudafrica, che vieta qualunque discriminazione anche basata sull'orientamento sessuale, il divieto di sposarsi per le persone omosessuali è illegittimo, ha stabilito la Corte. Respinta così la pretesa del governo, secondo cui solo il Parlamento può modificare le leggi.

Avevamo l'Olanda, il Belgio, la Spagna e il Canada (oltre al Massachusetts). Adesso abbiamo anche il Sudafrica, che è la prima repubblica a introdurre il matrimonio gay.
Forse anche noi dovremmo puntare sulla Corte Costituzionale. O andarcene a Cape Town.

Wednesday, November 30, 2005

Bush difende i gay degli Emirati

L'Amministrazione Bush, forse per recuperare parte della credibilità perduta nella promozione della democrazia, si schiera al fianco dei gay perseguitati nella penisola arabica. Gli Usa, infatti, hanno condannato ufficialmente l'arresto di una ventina di persone, incarcerate negli Emirati Arabi Uniti durante una specie di "matrimonio gay collettivo".

La polizia ha fatto irruzione in un hotel, dove era in corso la festa, e ha fermato tutti i presenti: subito dopo il governo ha minacciato - oltre alla prigione e alle tradizionali frustate - di sottoporre i condannati (il cui reato è l'omosessualità) a trattamenti ormonali per "correggere" i loro comportamenti. La Casa Bianca ha intimato agli Emirati di bloccare immediatamente trattamenti ormonali e psicologici e di conformarsi alle leggi internazionali. Non ho avuto sentore, finora, di un intervento dell'Unione Europea, ma trovo che sarebbe benvenuto.

Tuesday, November 29, 2005

Pierre Seel, la memoria dell'omocausto

Il 25 novembre è morto a Tolosa in Francia, all'età di 82 anni, Pierre Seel.

A molti questo nome non dirà nulla, eppure l'uomo che ci ha lasciato occupa un posto di primo piano nel Pantheon della comunità gay, lesbica, bisessuale e transessuale.
A 17 anni Seel, omosessuale e aderente alla Resistenza francese contro il nazismo, viene deportato dai tedeschi e internato nel campo di concentramento di Schirmeck, dove subisce violenze e torture a causa della sua omosessualità.

Finita la guerra Seel torna in Francia, si sposa e mette al mondo dei figli, ma a lungo tiene solo per sé il dramma della sua segregazione. Dopo quasi trent'anni di silenzio nel 1982 decide di rivelare perché era stato arrestato e incarcerato e contribuisce a fare luce su un dramma dimenticato, un tabù nascosto persino dalle democrazie europee del dopoguerra. E racconta anche i momenti più drammatici della sua prigionia, come l'esecuzione del ragazzo che amava.
Comincia da lì una battaglia lunga decenni per ottenere il riconoscimento di deportato omosessuale dallo stato francese. Come vittima dell'Olocausto era stato risarcito dall'Organizzazione internazionale per l'immigrazione, ma - ripeteva - finché non fosse stato riconosciuto come "vittima omosessuale" si sarebbe sentito sempre un sans-papier.

A partire dal 2001 le autorità avevano cominciato a invitarlo per celebrare la giornata della memoria e alla fine anche il presidente francese Chirac ha ammesso l'esistenza della deportazione omosessuale.

La storia di Pierre è raccontata nell'autobiografia Io, Pierre Seel. Deportato omosessuale, ma dal momento della rivelazione Seel non ha più smesso la sua opera militante, sostenuto dalla famiglia e dal movimento francese.
Nonostante la sua testimonianza molto ancora rimane da scrivere sulla persecuzione dei gay durante il nazismo e il fascismo, anche perché moltissime delle vittime hanno preferito tacere e nascondersi o sono state obbligate a farlo da società grette o da leggi repressive.

Ridare voce a quelle vittime dimenticate è il modo migliore di onorare la memoria di Pierre Seel e difendere la sua eredità.

Sunday, November 27, 2005

L'unico Patto (ma incivile) è tra Pera e Ruini

Non si contano più ormai gli attacchi contro i Patti civili di solidarietà, o Pacs, lo strumento minimo di tutela per le coppie che non vogliono (etero) o non possono (gay) sposarsi, ma vorrebbero vedere riconosciuto il proprio legame.

È straordinaria in questo senso la sintonia fra il capo dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini, e la seconda carica dello stato, il presidente del Senato Marcello Pera, sempre più "papa laico" in cerca di legittimazione presso le alte sfere vaticane. Se qualcosa di buono verrà da una vittoria del centrosinistra, di sicuro ci sarà la scomparsa di Pera dalla vita politica e pubblica della nazione. Qualcuno gli offra una trasmissione televisiva, come la Pivetti o Martelli.

Ma tornando a bomba, ancora una volta la strana coppia (loro sì che dovrebbero sottoscrivere un Pacs) ha messo nel mirino unioni gay e coppie di fatto, in nome della "difesa del matrimonio".

Dall'università Cattolica di Roma, Ruini si è scagliato contro i Pacs, accusati di minacciare la sacralità del matrimonio.
«C'è una diffusa tendenza - ha detto - a depotenziare il valore dell'istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unione e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell'amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili».

Il solito travisamento della verità: come dimostrano numerosi studi scientifici, dove sono stati introdotti riconoscimenti giuridici per le coppie di fatto non solo i matrimoni non sono diminuiti, ma dove le unioni di fatto sono diventate più diffuse è aumentata anche la fertilità.
Disinformazione pura, quindi, quella di Ruini, ma in grado di condizionare le menti meno esperte e più deboli, come quelle dei nostri uomini politici.

Da Palermo, intanto, Pera ha avuto la sfacciataggine di argomentare che i matrimoni gay sono un esempio di "involuzione" dello Stato laico. Niente male per un ex liberale, che parlava durante un convegno sulla laicità organizzato dai vescovi...

Resta da capire il perché di questo attacchi. Vuoi vedere che i neo-clericali temono davvero che i Pacs (il minimo sindacale per noi) diventino legge in Italia? Se è così sono più ottimisti (o pessimisti, a seconda dei punti di vista) di me.

Saturday, November 26, 2005

La colpa di combattere l'Aids

A pochi giorni dalla giornata mondiale per la lotta all'Aids, fa ancora più impressione il bando imposto dal Vaticano a Daniela Mercury.

Per chi non la conoscesse, Daniela è una cantante brasiliana molto nota nel suo paese e impegnata in numerose battaglie sociali. Già da alcuni mesi era stata invitata al Concerto di Natale in Vaticano (quello trasmesso in differita da Canale 5 con la cattolicissima Cristina Parodi) e la sua presenza era stata annunciata dall'organizzazione. Daniela invece non ci sarà.

È stata cancellata per volere della Curia, venuta a sapere del suo impegno per la prevenzione dell'Aids e in particolare di uno spot che incita a usare il profilattico per evitare il contagio.
Chi si spende per simile battaglie non può cantare nella Sala Nervi, avranno pensato gli zelanti cardinali.

Ovviamente il Vaticano è libero di decidere chi invitare e chi rifiutare, però è paradossale che mentre si combatte (a parole) l'aborto (almeno quello legale), si rifiuti il sistema più pratico per prevenire l'aborto, cioè il profilattico. Libera la Chiesa di bandire chi vuole, liberi io - da cattolico sempre più deluso - di non essere d'accordo.

Thursday, November 24, 2005

"Ci sposeremo quando anche i gay potranno farlo"

Charlize Theron sostiene i diritti di gay e lesbiche, al punto da rinunciare al matrimonio finché non sarà aperto anche alle persone omosessuali.

Questo è un discorso di cui aveva parlato molto seriamente anche Tommaso Giartosio nel suo bellissimo libro (correte al leggerlo: Non possiamo non dirci): se le persone eterosessuali capissero davvero il dramma di migliaia di coppie che non si possono sposare, pur desiderandolo, forse si porrebbero qualche domanda, anche al momento di invitare amici gay al proprio matrimonio.
Bene: la bellissima Charlize non si sposerà con il fidanzato storico Stuart Townsend finché in America gay e lesbiche non avranno diritto al matrimonio.
"Io e Stuart abbiamo avuto un'idea: ci sposeremo solamente quanto le nozze tra omosessuali saranno permesse negli Usa, quando questo diritto sarà concesso anche a loro. Non si tratta solo di un escamotage per non rispondere più alle stesse domande, è una convinzione nella quale crediamo e che utilizzeremo in chiave positiva, così quando ciò accadrà, la stampa saprà che sarà arrivato anche il nostro momento!"
Grazie, Charlize.

Tuesday, November 22, 2005

La Bosnia riconosce i gay musulmani

Per la prima volta un'associazione di gay musulmani è stata riconosciuta ufficialmente in un paese a maggioranza islamica. Non poteva che succedere in un paese di antica civiltà e lunga tradizione di tolleranza, come la Bosnia-Erzegovina.

International Initiative for Visibility of Queer Muslims è stata registrata come organizzazione non governativa e ha ottenuto uno status ufficiale dopo un iter di qualche mese. L'associazione è stata fondata a novembre 2004 da un gruppo di giovani attivisti, bosniaci e libanesi, con l'obiettivo di "stabilire un dialogo" tra le minoranze sessuali e culturali e il resto della società.

Piccoli segni positivi da una terra devastata dalla guerra.

Monday, November 21, 2005

Una strada per Sylvia

Per la prima volta al mondo una strada è stata intitolata a una persona transgender.
New York ha rinominato un angolo del Greenwich Village, intitolandolo a Sylvia Rivera, leggendaria protagonista della rivolta di Stonewall.

Per chi non lo sapesse (ma devo proprio dirvi tutto?), nel 1969 - il 28 giugno - un gruppo di gay, lesbiche e trans si ribellò per la prima volta ai soprusi e alle violenze della polizia di New York e per tre giorni si barricò dentro il bar Stonewall Inn, che ancora esiste nel Village. A capo di quella rivoltà ci furono proprio due trangender: la drag queen Sylvia Rivera, appunto, e una trans afroamericana. E Sylvia per prima lanciò una scarpa e una bottiglia di vodka vuota contro i poliziotti.
Per la prima volta i gay dimostravano di non voler subire più soprusi e di sapersi ribellare.

Dalla commemorazione di quel gesto nacque la marcia del Gay Pride. Orgoglio di essere sé stessi e non doversi nascondere.

Sunday, November 20, 2005

Giorno della memoria: 28 trans uccise nel 2005

In 250 città di tutto il mondo si celebra il Giorno della memoria Trans per ricordare le persone transessuali e transgender uccise per omofobia. Dal 2003 a oggi le vittime sono 86 e dal primo gennaio di quest'anno sono già 28, di cui due in Italia. Dopo gli Stati Uniti, il nostro è il paese con più vittime (almeno ufficiali).

Per la prima volta veglie e fiaccolate sono state organizzate da Nord a Sud in tutta Italia: da Torino a Catania. Una candela e una piccola biografia ricorderanno ogni vittima.
Come Delilah (al secolo Amancio Corrales), uccisa a Yuma, in Arizona (Stati Uniti), il 5 maggio di quest'anno. Aveva 23 anni ed è stata bastonata a morte e mutilata.

La prima celebrazione del Giorno della memoria risale al 1999, a San Francisco. Fu organizzato da Gwendolyn Ann Smith per ricordare Rita Hester, uccisa l'anno prima. Il suo omicidio - come quello di gran parte delle vittime - è rimasto senza colpevole.

Friday, November 18, 2005

Exeste, fideles

Se i gay non possono essere sacerdoti della chiesa cattolica romana (per un'intrinseca menomazione, a quanto sostiene il Vaticano), forse è il caso che non ne siano neppure adepti.
Questo ha pensato, tra l'altro, un uomo altoatesino di 35 anni (conosciamo solo le sue iniziali A. H.) che è andato in parrocchia a sbattezzarsi. In realtà non è il primo caso di sbattezzo e già in passato avevo parlato di questa possibilità, aperta grazie alle lotte dell'Unione atei agnostici razionalisti, di cui a lato vedete un banner.

Questa vicenda, quindi, non avrebbe meritato le prime pagine dei giornali, almeno quelli online, se il protagonista non avesse chiesto e ottenuto dal parroco di spiegare il suo gesto. «Come omosessuale mi sento discriminato dalla chiesa cattolica», ha fatto scrivere negli archivi dei battezzati.
Forse in migliaia dovremmo seguire il suo gesto e far emergere il disagio e l'oggettiva impossibilità di restare gay e cattolici.

Thursday, November 17, 2005

Francia a quota 170mila Pacs

Non sono tutti gay, ma in gran parte sì. Sono le 169.531 coppie che in sei anni hanno sottoscritto un Pacs, da quando nel 1999 il governo socialista di Jospin introdusse il nuovo istituto. Da allora 21.531 unioni si sono sciolte.

I francesi, però, nonostante noi li invidiamo sfacciatamente, non si accontentano. E già, mentre chiedono il matrimonio per tutti (compresi gay e lesbiche), rivendicano altri diritti legati al Pacs. Come la pensione di reversibilità, contemplata in un emendamento presentato dai verdi all'Assemblea nazionale.

In Francia comunque il Pacs funziona. Arriveremo mai a vederlo anche in Italia?

Wednesday, November 16, 2005

Un serio pericolo per l'ordine sociale

La deriva reazionaria in Polonia assume connotati sempre più inquietanti. E nel mirino in primis si trovano gay, lesbiche e transessuali.

La città di Poznan ha vietato il corteo del Gay Pride, che si dovrebbe celebrare sabato. Il prefetto ha spiegato che la marcia potrebbe essere "un serio pericolo per l'ordine sociale" e potrebbe essere autorizzata solo in un'area isolata e lontana dal centro della città.

L'anno scorso il Gay Pride venne interrotto dagli skinheads e dalla Gioventù polacca, un movimento di estrema destra, Forza Nuova in Italia. Dopo le doppie elezioni, che hanno consegnato il paese ai gemelli Kaczynski, la Polonia rischia di diventare il buco nero dell'Europa, in tema di diritti civili. Riuscirà la Ue a bloccare questa minacciosa tendenza omofoba?

Monday, November 14, 2005

Altri due ragazzi gay giustiziati in Iran

Mokhtar N., di 24 anni, e Ali A., di 25, sono stati impiccati in piazza a Gorgan, nell'Iran settentrionale. I due giovani, secondo il quotidiano Kayhan (che non posso leggere perché non conosco la lingua persiana), sono stati accusati e condannati a morte per sesso omosessuale.

Spero che fonti indipendenti siano in grado di confermare o smentire la notizia, ma dopo l'analogo caso di luglio mi sembra del tutto plausibile un evento del genere. Quello che mi aspetto adesso è che Giuliano Ferrara organizzi un'altra manifestazione sotto l'ambasciata iraniana a Roma.

Anzi, stavolta Piero Fassino e i Ds dovrebbero organizzare un grande sit-in di protesta e invitare tutta la popolazione, a partire dai politici del centrodestra. Chi non partecipa è un nemico dei gay e della civiltà occidentale. Se è giusto protestare contro le minacce di distruzione per lo stato di Israele, altrettanto sacrosanto è indignarsi contro la distruzione (già compiuta) di due vite umane. La cui colpa era l'omosessualità.

Non mi interessa demonizzare collettivamente una grande nazione come l'Iran (in cui convivono fasce sociali avanzate e colte accanto a pregiudizi medievali). Quello che vorrei in Occidente è la condanna delle esecuzioni contro le persone omosessuali, che oggi più che mai hanno bisogno di una tutela mondiale. Quella che l'Onu non ha ancora decretato per l'opposizione di stati teocratici, come Iran, Arabia Saudita e Città del Vaticano.

Saturday, November 12, 2005

Il marchio di Josepho

Davvero, non volevo parlare di questa storia. No comment, mi ero ripromesso.

Però, poi, ho letto bene i particolari della messa al bando per i sacerdoti gay. E ho pensato che qualcosa va detto.

La chiesa cattolica romana ha il diritto di fare ciò che vuole con i suoi dipendenti, sceglierli con determinate caratteristiche o rifiutarli per il loro orientamento sessuale. Sono affari suoi. Anzi, probabilmente i seminari si svuoteranno più di quanto non sia già successo negli ultimi trent'anni. Però.

Però, il divieto che Benedetto XVi sta per rendere pubblico diventa inevitabilmente uno stigma sociale, un "marchio di Caino" per tutti i gay. La loro omosessualità è equiparata a una menomazione, diventa un impedimento e, di questo passo, prepara e giustifica tutte le altre discriminazioni. Se un maschio etero può diventare prete, con un voto di celibato, non si capisce perché la stessa rinuncia non sia accettabile da parte di un uomo gay. A meno di affermare, sotto traccia, che l'omosessualità è una specie di marchio di infamia, che impedisce persino di rispettare un impegno solenne.

Non è un caso che gli strali del Vaticani puntino dritto alla "cultura gay" e alle tendenze "profondamente radicate". Sotto sotto c'è scritto:
Scopate pure con altri maschi, concedetevi pompini e inculate, ma non venite a dirci che siete "gay". I gay non esistono.

Tanto è vero che i rettori dei seminari devono «verificare tra l'altro che sia stata raggiunta la maturità affettiva». Come a dire che gli "omosessuali militanti" (cioè i gay) sono affettivamente immaturi.
Che tristezza e che pochezza in queste gerarchie cattoliche. Sono già morti e sepolti e nemmeno lo sanno.

Thursday, November 10, 2005

Una sciocchezza resta una sciocchezza

"L'articolo 29 della Costituzione tutela specialmente la famiglia fondata sul matrimonio e vieta il riconoscimento delle unioni gay. Tantomeno dei matrimonio gay".

Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase come una verità di fede, come un'affermazione su cui non si discute. Qualcuno, invece, più esperto e capace di me ne ha discusso e spiega perché non solo la Costituzione (all'articolo 29) non vieta il matrimonio gay, ma anzi - in varie altre sua parti, dall'articolo 2 all'articolo 3 - impone che situazioni equivalenti siano trattate allo stesso modo. Con buona pace dei "costituzionalisti" clericali.

Ecco quello che spiega Felice Mill Colorni su Critica Liberale:

La Costituzione delle mille famiglie
di Felice Mill Colorni

Tempo fa Rai Educational ha trasmesso un incontro fra un gruppo di liceali romani e un illustre costituzionalista, attivo militante della sinistra. A una ragazza che gli chiedeva se non ritenesse opportuno prevedere qualche forma di tutela giuridica delle famiglie di fatto e di quelle omosessuali, il protagonista della trasmissione rispondeva: «Secondo l'articolo 29 della Costituzione, la Repubblica riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, dunque le famiglie di fatto non possono venire tutelate, perché è assente l'elemento determinante che è il matrimonio», concedendo poi che tuttavia una qualche attenuata forma di riconoscimento sarebbe stata ipotizzabile sulla base dell’art. 2, relativo alle «formazioni sociali ove si svolge la personalità» dell’individuo. La citazione dell’art. 29 è testualmente sbagliata, ma l’errore è molto significativo, perché rispecchia una convinzione oggi molto diffusa, frutto di un vivacissimo attivismo politico-culturale, che è riuscito a riportare il dibattito diffuso su questi temi indietro di svariati decenni. Questa storia secondo cui l’articolo 29 primo comma della Costituzione impedirebbe di riconoscere parità di diritti alle famiglie di fatto e a quelle omosessuali (distinte, queste ultime, dalla generalità delle prime, in quanto le coppie gay in Italia non possono scegliere volontariamente se essere o meno “di fatto”) è in effetti da qualche anno un Leitmotiv del neoclericalismo italiano che, sempre più minoritario nella società, riesce a guadagnare peso politico grazie ad aggressive strategie di lobbying e all’accondiscendenza dell’intera classe politica: anche di molti “laici”, scarsamente interessati a questi argomenti e quindi pronti ad assecondare il punto di vista clericale, ritenuto (a torto) molto popolare fra gli elettori. La storia si ripete: anche alla vigilia del referendum del 1974 i politici “laici” erano convinti che gli elettori avrebbero bocciato la legge sul divorzio. Da ultimo, si è fatto un largo, aggressivo e apodittico uso di queste tesi sull’art. 29 primo comma in occasione del dibattito parlamentare sulla legge sulla fecondazione assistita.

L’articolo 29 della Costituzione non dice affatto, come una lettura superficiale potrebbe suggerire, che la Repubblica riconosce come famiglia solo quella definita come «società naturale fondata sul matrimonio» - definizione, peraltro, come è evidente, intrinsecamente contraddittoria e comicamente incongrua, dato che è ben arduo sostenere che un negozio giuridico come il matrimonio esista “in natura” o sia sempre esistito ed esista ovunque e fondi un modello di famiglia sostanzialmente identico in tutte le società umane. L’art. 29 dice invece una cosa diversa: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». I costituenti vollero con ciò statuire che lo Stato non avrebbe potuto fare a meno di garantire «i diritti» delle famiglie fondate sul matrimonio, alle quali veniva così assicurata una relativa sfera di autonomia rispetto al potere regolativo dello Stato: di qui l’illegittimità costituzionale una legge ordinaria che mirasse a disconoscere i diritti di tali famiglie. I cattolici hanno sempre tentato di interpretare questa norma secondo la loro prospettiva giusnaturalistica, affermando che a tali famiglie viene qui piuttosto riconosciuta una priorità e una originalità rispetto all’ordinamento dello Stato. Hanno sempre negato che il riferimento al carattere di «società naturale» della famiglia possa ricavarsi da un concetto sociologicamente determinato e storicamente mutevole di che cosa costituisca “famiglia” ai sensi della Costituzione e che a tale espressione vada quindi riconosciuto un valore puramente recettizio. Questa tesi però non nasce con lo scopo artificioso di fornire oggi una legittimazione costituzionale al riconoscimento delle famiglie di fatto o di quelle omosessuali, ma era già stata sostenuta in epoca non sospetta: per esempio, già nel capitolo del Commentario della Costituzione diretto da Giuseppe Branca dedicato all’art. 29, redatto nel 1976 da Mario Bessone. In ogni caso, rispondendo alle critiche dei parlamentari laici contro il carattere ideologico che altri democristiani, come La Pira, intendevano attribuirle, lo stesso Aldo Moro, in sede di Assemblea costituente, dichiarò che quella dell’art. 29 «non è una definizione, è una determinazione di limiti». E Mortati ribadì che essa aveva lo scopo di «circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua [della famiglia] regolamentazione». L’autonomia della famiglia fondata sul matrimonio, come “formazione sociale intermedia”, non avrebbe potuto essere invasa da interventi autoritari, come quelli messi in atto dai regimi fascisti appena tramontati o da quelli comunisti, volti a soppiantarla a vantaggio di regolamentazioni autoritative di taglio statalista o collettivista e di modelli organizzativi o fini contrastanti con quello di sede del libero e autonomo svolgimento della personalità dei suoi singoli componenti e di tutela dei loro «diritti inviolabili» (così definiti dall’art. 2). Punto. L’art. 29 non prende neppure in considerazione modelli familiari alternativi a quello della famiglia fondata sul matrimonio, modelli che certo non tutela, ma dei quali anche si disinteressa totalmente, e quindi non gli si può far dire che diritti analoghi o uguali a quelli riconosciuti alla famiglia tradizionale devono essere sempre negati alle famiglie non tradizionali e non fondate sul matrimonio. Un tale riconoscimento da parte della legge ordinaria, infatti, non riguarderebbe minimamente la materia regolata dall’art. 29, e non avrebbe nessuna incidenza su quel che l’art. 29 dispone, dato che non sarebbe suscettibile di modificare, limitare, compromettere o intaccare in nessun modo e in nessuna misura i diritti o la sfera di autonomia delle famiglie tradizionali, che non ne sarebbero neppure sfiorati. Al contrario, è la Costituzione, all’art. 30, che richiede esplicitamente, almeno ai fini della tutela dei figli naturali, l’eliminazione delle leggi ordinarie emanate al solo fine di punire le famiglie diverse da quelle tradizionali (obiettivo che, realizzato in buona misura dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, viene oggi apertamente contraddetto da leggi regionali - come quella del Friuli-Venezia Giulia - che discriminano apertamente i figli naturali per colpire le scelte di vita dei genitori, leggi che non sono ancora state dichiarate illegittime, e che sono state approvate grazie al nuovo clima e ai nuovi poteri ottenuti con l’improvvida riforma sul federalismo interno, oltre che grazie al lobbismo neoclericale e all’assenza di quel controllo democratico diffuso e competente che circonda pur sempre l’attività delle Camere ma non quella dei Consigli regionali). Del resto, all’epoca dell’approvazione della Costituzione, le famiglie non tradizionali non costituivano certo quel fenomeno sociale diffuso ed emergente che ne fa oggi un problema politico di tutto rilievo nelle nostre società; o meglio, esistevano come mera conseguenza dell’impossibilità di scioglimento del matrimonio, ma non costituivano in genere una scelta di vita volontaria, bensì un mero ripiego cui gli interessati avrebbero ben volentieri rinunciato se avessero potuto risposarsi. Tanto meno era pensabile che si potesse mai porre in termini legislativi il problema del riconoscimento delle famiglie omosessuali. Nessuna sorpresa quindi che la materia non fosse ritenuta di rilevanza (addirittura) costituzionale. Anche in linea più generale, d’altra parte, è del tutto illogico pretendere che la particolare o rinforzata tutela esplicitamente garantita dalla Costituzione a una specifica situazione obblighi positivamente anche a denegare lo stesso trattamento ad altre situazioni socialmente analoghe o identiche: la garanzia costituzionale rinforzata di un diritto non implica di per sé anche l’obbligo costituzionale di negare la parità di trattamento ai casi in cui, pure, essa non sia costituzionalmente dovuta. Gli articoli 33 primo comma e 19 tutelano in modo particolare, rispettivamente, la libertà di insegnamento e la libertà di culto, ma nessuno si sogna di trarne la conseguenza che la libertà di espressione del pensiero in altri campi, garantita in modo meno incondizionato dall’art. 21, debba essere obbligatoriamente limitata al solo fine di sottolinearne un presunto minor valore o una minore dignità nei casi che non sono oggetto della tutela rinforzata prevista dagli artt. 33 e 19. Affermare in modo particolarmente solenne e impegnativo i diritti di qualcuno (perché sono la storia recente e gli avvenimenti altrove in corso a consigliare di farlo) non equivale a vietare qualunque minimo riconoscimento dei diritti di qualcun altro; e comunque una così rilevante denegazione di diritti, per essere obbligatoria benché derogatoria rispetto a principi fondamentali della Costituzione, dovrebbe almeno essere stata formulata in modo espresso. Il problema dei limiti costituzionali all’intervento legislativo sulla famiglia ha semmai posto delicati problemi nel passato: quando si è a lungo e animatamente discusso se e fino a che punto proprio la disciplina legislativa della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio potesse essere oggetto di incisive riforme, in particolare in relazione ad un preteso obbligo di garantirne l’indissolubilità (nonostante la Costituente avesse approvato, per soli tre voti, un emendamento soppressivo della costituzionalizzazione dell’indissolubilità) e più in generale in relazione ad un presunto obbligo di preservarne i caratteri tramandati dalla tradizione e ritenuti da politici e giuristi clericali intrinseci ad un astorico modello proprio della «famiglia come società naturale»: e ciò, nonostante che lo stesso art. 29, al secondo comma, e l’art. 30, non solo autorizzassero, ma addirittura imponessero incisive riforme, con ciò smentendo la fondatezza dell’interpretazione “tradizionalista”. Ma questi problemi, risolti con la legge sul divorzio e con la riforma del ’75, non hanno comunque alcuna attinenza con l’introduzione e il riconoscimento di nuovi istituti giuridici, relativi a modelli di famiglia non tradizionali e diversi da quello di cui si occupa l’art. 29. Va tra l’altro rilevato che l’interpretazione qui esposta dell’art. 29 primo comma, perfino banale oltre che strettamente letterale, dovrebbe in teoria essere tutt’altro che sgradita a giuristi di orientamento conservatore, se non portasse a sgradite conseguenze politiche. Essa è infatti perfino coerente con una assai sobria concezione positiva della Costituzione, intesa come mero limite all’attività del legislatore ordinario, concezione abitualmente preferita dai giuristi conservatori, o anche liberalconservatori, a quella di chi nella sinistra italiana ha considerato per anni la Costituzione del ’48 come la traccia di un “programma” di mutamento sociale cui il legislatore ordinario avrebbe dovuto attenersi per realizzarne gli obiettivi di riforma sociale e attuare i valori etico-politici in essa racchiusi (Tarello). Negli ultimi anni si è tentato in realtà di leggere l’articolo 29 primo comma come se esso riproducesse in Italia l’art. 6.1 della Costituzione tedesca, secondo il quale «il matrimonio e la famiglia godono della particolare protezione dell’ordinamento statale» [Ehe und Familie stehen unter dem besonderen Schutze der staatlichen Ordnung]. Tale formulazione avrebbe potuto in teoria, con qualche forzatura, autorizzare interpretazioni restrittive come quelle auspicate in Italia dagli esegeti neoclericali dell’art. 29, dato che l’aggettivo besonder-, qui reso in italiano con “particolare”, copre anche un campo semantico più ampio, che include significati come “speciale” o “über das Normale” (Duden), cioè “superiore al consueto”: se ne potrebbe in teoria dedurre non solo una particolare tutela da regolamentazioni invasive, ma anche l’imposizione di un regime “di privilegio”, derogatorio rispetto al principio di uguaglianza formale. È molto verosimile che all’origine o a sostegno della nuova vulgata interpretativa dell’articolo 29, incentrata non più sui limiti alla regolamentazione legislativa della famiglia fondata sul matrimonio ma sull’asserito divieto di parità di trattamento per le famiglie non tradizionali, ci sia stato, a suo tempo, il più sofisticato e ambizioso intento di proporre in Italia interpretazioni dottrinali restrittive elaborate dai giuristi conservatori tedeschi. In realtà, se tale fosse stato l’obiettivo, va detto che lo sforzo era mal indirizzato: contro la legge tedesca sul “matrimonio gay”, la Lebenspartnerschaftsgesetz, analoga alle leggi “matrimoniali” scandinave, approvata due anni fa dalla coalizione “rosso-verde”, avevano fatto ricorso alla Corte costituzionale i Länder governati da Cdu e Csu, ma la Corte ha recentemente respinto la tesi dell’incostituzionalità (anche se, significativamente, sulla base dell’argomento che tale legge non equipara proprio interamente al matrimonio tradizionale le unioni omosessuali). In ogni caso, in Italia l’art. 29 primo comma stabilisce soltanto che la legge non può denegare i diritti o ledere la sfera di autonomia delle famiglie fondate sul matrimonio, e non tutela, ma neppure regola in alcun modo, le famiglie alternative. Non fissa nessuna scala gerarchica di dignità delle scelte individuali, e non esprime neppure indicazioni o “preferenze” sulle libere scelte che i cittadini compiono riguardo alle loro vite. Questo però non significa che altre indicazioni, anche cogenti, non siano desumibili da altre disposizioni costituzionali. Una norma cardine dell’intero ordinamento costituzionale italiano, come l’articolo 3 primo comma, che impone l’uguaglianza formale fra i cittadini come parametro fondamentale di legittimità della legge ordinaria, impone che situazioni giuridiche uguali siano trattate in modo uguale. Nella misura in cui situazioni giuridiche attinenti alle famiglie tradizionali siano identiche a quelle attinenti a famiglie non tradizionali, queste ultime devono essere trattate in modo identico. Non solo quindi l’art. 29 primo comma non impone un trattamento differenziato, ma la Costituzione vigente nel suo complesso - e in alcuni casi gli impegni internazionali dell’Italia - impongono al contrario parità di trattamento e parità di diritti. E ancora: si è detto che l’art. 29 primo comma colloca la tutela della famiglia nel quadro del sistema delle autonomie riconosciute alle “formazioni sociali intermedie”. Tali «formazioni sociali», che dunque ricomprendono anche la famiglia (tradizionale e matrimoniale) come caso speciale, rivestono il ruolo essenziale di luoghi «ove si svolge la personalità» del singolo individuo, come recita l’art. 2. Come tali esse sono i luoghi all’interno dei quali «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Che fra tali «formazioni sociali» possano riconoscersi anche le “famiglie di fatto” comincia ad essere abbastanza pacificamente riconosciuto da dottrina e giurisprudenza. Ed è altrettanto chiaro dalla lettura complessiva delle disposizioni costituzionali riguardanti le «formazioni sociali» e la famiglia che il loro fine comune è il pieno e libero sviluppo della personalità e dei diritti umani fondamentali degli individui che le compongono (tanto che non ha mai avuto successo il tentativo di attribuire alla famiglia - neppure alla famiglia tradizionale e matrimoniale - il carattere di persona giuridica, titolare di situazioni giuridiche soggettive distinte e sovraordinate rispetto a quelle dei singoli componenti): è evidente che, a questi effetti, qualunque discriminazione non potrebbe che ritenersi del tutto illegittima. Né si pensi che la stessa qualificazione di “famiglia” qui attribuita alle famiglie non tradizionali e non fondate sul matrimonio sia irrilevante o meramente ideologica. Anche a prescindere dall’evidente rilievo assiologico della questione - che pure è costituzionalmente rilevante, trattandosi di riconoscere ai cittadini la «pari dignità sociale» assicurata dall’art. 3 primo comma - sono numerose le norme di vario rango, a cominciare dall’art. 31 primo comma della stessa Costituzione, che attribuiscono alle “famiglie” (non sempre solo alle famiglie con figli) determinati benefici o agevolazioni economici o sociali: la mancata attribuzione della qualificazione di “famiglie” a quelle non tradizionali non potrebbe che comportare pesanti e illegittime discriminazioni, spesso a carico degli individui che le compongono. Quel che può essere oggetto di dibattito è quanto penetrante possa essere la parificazione dei diritti: l’articolo 3 primo comma impone di trattare in modo identico situazioni giuridiche identiche, ma, si argomenta, le situazioni configurabili per le famiglie di fatto non sono mai identiche a quelle delle famiglie fondate sul matrimonio, dato che i partner che hanno dato vita alle prime hanno pur volontariamente scelto di non sposarsi. Ed è evidente che, come ha anche sottolineato la Corte costituzionale, si frustrerebbe tale libertà di scelta, se si volesse imporre loro autoritativamente lo stesso regolamento giuridico delle famiglie tradizionali. Tale argomento è ben fondato nel caso di conviventi di sesso diverso - ma non certo fino al punto di ritenere necessariamente del tutto irrilevante ogni e qualunque conseguenza economica, sociale e giuridica dell’unione di fatto e comunque non mai, come ha anche riconosciuto la stessa Corte, per quel che riguarda i diritti dei figli, che non hanno potuto scegliere proprio nulla. Ma non lo è nel caso delle famiglie di fatto omosessuali, dato che i loro componenti, a differenza dei primi, non hanno potuto affatto liberamente scegliere, in Italia, se sposarsi o meno. E, come tutti gli esseri umani, non hanno neppure scelto il proprio orientamento sessuale, e quindi affettivo, che costituisce così una «condizione personale» ascritta, sulla base della quale ogni discriminazione legislativa dovrebbe ritenersi espressamente vietata dall’art. 3 primo comma della Costituzione. Né d’altra parte si vede in che cosa la condizione giuridica di una coppia omosessuale convivente si possa distinguere rispetto a quella di una coppia di coniugi eterosessuali che non possano o non intendano avere figli. Una soddisfacente soluzione di questo aspetto del problema potrà aversi solo quando anche in Italia sarà consentito agli omosessuali di contrarre matrimonio (come al momento può avvenire solo in Olanda) o almeno di fare ricorso ad un istituto corrispondente che, magari senza assumere il nomen juris di matrimonio, e magari limitandosi a regolamentare soltanto i rapporti fra i partner (senza cioè estendervi l’applicabilità delle norme sulla filiazione), consenta però a due persone dello stesso sesso di scegliere di regolare i loro propri rapporti giuridici e patrimoniali ricorrendo alle stesse possibili alternative fra cui possono scegliere due partner di sesso diverso, senza alcuna discriminazione o differenziazione. Tali istituti sono ormai vigenti in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, e un progetto in tal senso (mirante a istituire le «unioni domestiche registrate») è stato da qualche mese presentato anche al Parlamento italiano dal deputato Grillini e altri. Anche una volta che un tale istituto fosse introdotto nell’ordinamento italiano, resterebbe comunque il problema delle famiglie di fatto (eterosessuali o omosessuali), non intenzionate a ricorrere al matrimonio o alla corrispondente “unione registrata”. La predisposizione di nuovi istituti giuridici ad esse riservati appare necessaria, di fronte alla molteplicità dei legami famigliari e affettivi prodotti dal pluralismo sociale, e può essere prevista sia introducendo la possibilità, per chi lo preferisca, di adottare regolamentazioni pattizie più leggere ed elastiche del matrimonio e dell’“unione registrata” (come il Pacs francese, di cui lo stesso deputato diessino ha appena presentato una versione italiana), sia prevedendo una qualche minimale forma di tutela almeno del partner economicamente molto svantaggiato in caso di scioglimento di convivenze more uxorio anche non formalizzate in alcun modo ma protrattesi a lungo nel tempo. Che la Costituzione italiana vieti tutto questo è un’emerita sciocchezza. Ripetuta ossessivamente da zelanti parlamentari, giornalisti e giuristi neoclericali potrà anche diventare senso comune, come sempre più spesso capita che avvenga alle sciocchezze ossessivamente ripetute dai media. Ma resterà pur sempre un’emerita sciocchezza.

felice.mill_colorni@tin.it

Wednesday, November 09, 2005

Il Texas, i gay e la dittatura della maggioranza

Il Texas è diventato il diciottesimo paese degli Stati Uniti d'America a vietare espressamente nella propria Costituzione il matrimonio fra due persone dello stesso sesso.

Nel referendum di ieri - martedì 8 novembre 2005 - il 75% dei votanti ha approvato il bando al matrimonio gay. Ma non solo: la stessa legge vieta anche le unioni civili e la concessione di diritti alle coppie di fatto, persino quelle composte da un uomo e una donna.

Le 43mila coppie dello stesso sesso che vivono in Texas, secondo numerose stime, forse farebbero meglio a cambiare stato. In fondo lì una legge vietava già i "matrimoni gay", ma la destra cristiana ha pensato che una legge ordinaria non bastasse, anzi rischiasse di essere abrogata dai magistrati militanti (le toghe liberal), perciò il bando doveva essere accolto nel testo della Costituzione.

"Questa non è democrazia; è tirannide della maggioranza", denuncia Matt Foreman, direttore della National Gay and Lesbian Task Force. "Non è giusto che i diritti di una piccola minoranza siano decisi da un voto popolare. Non sarebbe tollerato per nessuna minoranza, ma avviene così per i gay".

Se ne vadano, consigliavo prima a queste migliaia di coppie. Forse per loro sarebbe più salutare vivere in New England, magari nel Maine. Gli elettori di quello stato hanno respinto un referendum abrogativo delle tutele di gay, lesbiche, transessuali e transgender sui luoghi di lavoro e nell'accesso al credito. La legge era stata promulgata a marzo e subito i cristiani conservatori avevano avviato la raccolta di firme per abrogarla via referendum, come era successo altre tre volte negli ultimi dieci anni. Stavolta, però, l'informazione e, chissà, forse la voglia di differenziarsi dai texani ha ribaltato la situazioni e i cittadini del Maine hanno respinto l'abrogazione. Il Maine è il 17esimo paese degli Stati Uniti a introdurre una legislazione contro le discriminazioni.
In America comunque mala tempora currunt.

Tuesday, November 08, 2005

Baci vietati, siamo in Brasile

Alla fine il tanto atteso e temuto bacio gay non ha invaso le innocenti televisioni brasiliane, accese su milioni di famigliole ingenue e bisognose di protezione contro questo inevitabile imbarbarimento dei costumi.

Come ha scritto Paolo su Tom è gravissimo che ancora faccia notizia il bacio fra due uomini in una telenovela, financo in un paese - il Brasile - che della telenovela ha fatto il proprio orgoglio nazionale. Ancora più grave, se possibile, che il tanto annunciato, atteso, esorcizzato bacio alla fine non si sia visto.

I milioni di spettatori che venerdì sera si sono sintonizzati su Globo Tv per vedere América sono rimasti delusi: Junior e Zeca - i due simpatici personaggi che vedete in foto - non hanno incrociato le lingue in favore di telecamera.

Il giallo è nella volontà che ha impedito tale minimo tele gay pride. La sceneggiatrice Gloria Perez difende sé e il regista, sostenendo che la scena del bacio c'era ed è stata tagliata dallìemittente. Globo tv ribatte che non c'era nessun bacio e men che meno ci fu taglio.
Davvero una telenovela.

Saturday, November 05, 2005

Tre anni di carcere se bruci un gay

Sei gay? Non meriti di essere nostro amico. Anzi nemmeno di vivere, quindi ti bruciamo.

Più o meno è quello che è successo a Marian Pavel Caster, un ragazzo albanese di Viterbo che l'anno scorso è stato bruciato vivo da tre suoi connazionali. Si è salvato per miracolo, ma le ustioni hanno sfigurato l'ottanta per cento del suo corpo.

L'altro ieri il Tribunale di Viterbo ha condannato i tre colpevoli a 3 anni e dieci mesi di carcere, con il patteggiamento e le attenuanti generiche, contro una richiesta dei pubblici ministeri di 21 anni di prigione.

Quindi sfigurare orrendamente una persona e tentare di ucciderla ("perché era gay") costa solo meno di quattro anni di carcere. Ovviamente questo grazie anche alla legislazione italiana, che non punisce con maggiore gravità i crimini con una motivazione abietta, come quella legata all'omofobia. O meglio: l'aggravante c'è (giustamente) se il delitto è commesso a causa della razza o della religione (quindi vittime di colore o ebree o musulmane), ma non vale se la motivazione è l'orientamento sessuale.

Quindi: gay al rogo!

Friday, November 04, 2005

Sandra O'Connor deciderà ancora una volta

Buone notizie (pro tempore) per i gay americani.

Il Senato degli Stati Uniti ha deciso di rinviare a gennaio le audizioni del nuovo candidato presidenziale alla Corte Suprema, Samuel Alito, contro le richieste (quasi ultimative) di George Bush che voleva una conferma entro la fine dell'anno.

In questo modo sarà la moderata (e LAICA) giudice Sandra Day O'Connor a giudicare il caso delle università americane che si oppongono al reclutamento dell'esercito nei campus, per una critica al principio discriminatorio antigay "don't ask, don't tell".

In pratica diverse facoltà di legge hanno impedito all'esercito di fare proselitismo dentro i campus, perché l'esercito discrimina i gay. Una Corte d'appello ha dato ragione alle università, bocciando la legge che blocca i finanziamenti statali ai campus che vietano il pieno accesso all'esercito. Bush si è appellato alla Corte e a dicembre la Corte emetterà una sentenza, con il voto (probabilmente decisivo) della O'Connor.

In tutto questo è spuntato fuori un vecchissimo parere (è del 1971) di un giovane Alito studente di legge a Princeton, che condannava le leggi antisodomia e bollava come vergognosa la discriminazione di gay e lesbiche. Invecchiando sarà peggiorato?

Wednesday, November 02, 2005

PPP

Esattamente trent'anni fa moriva Pier Paolo Pasolini, ucciso in circostanze mai davvero chiarete al Lido di Ostia. Per motivi politici, per motivi futili, in un agguato? probabilmente non lo sapremo mai, ora che se ne sono andati anche Laura Betti e Franco Citti, ma ora non è questo che importa di più.
Uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento e un pensatore che - sotto certi aspetti - ha previsto e anticipato, in scritti profetici, quello che il nostro paese sarebbe diventato nei decenni successivi. Pasolini e le sue pagine sono imprescindibili per capire la trasformazione dell'Italia e il passaggio rapidissimo da una civiltà contadina a una industriale e, in rapida successione, già post-moderna.

Un blog che si occupa in particolare di omosessualità, movimento glbt e riflessioni queer non può dimenticare Pasolini, uno dei primi a vivere pubblicamente la propria omosessualità, facendone materiale di poesia, riflessione e cinema. Eppure - devo dirlo a costo di blasfemia - Pasolini non fu mai un "intellettuale gay" né tantomeno un attivista. Anzi, il termine "gay" accanto al poeta di Casarsa è comunque fuori luogo.

Se fosse vissuto ancora, probabilmente Pasolini avrebbe rigettato - come del resto molti altri della sua generazione - le lotte per i diritti gay e avrebbe guardato con una punta di disprezzo o commiserazione le coppie dello stesso sesso e le battaglie per il matrimonio. In Pasolini l'omosessualità, in omaggio probabilmente allo spirito dei tempi, è tutta rivoluzionaria, anti-borghese, inconciliabile con il mondo degli eterosessuali. Ed è un'omosessualità notturna, peccaminosa, quasi mai paritaria.

Nel sistema morale e intellettuale di Pasolini, come in quello di quasi tutti i suoi coevi omo o eterosessuali che fossero, non c'è spazio (e forse non poteva esserci) per l'omosessualità quotidiana, per il rapporto "regolare" fra due uomini o due donne che scelgono di vivere insieme la propria vita o una parte consistente di essa. L'omosessualità di Pasolini è insieme luogo di incontro fra mondi sideralmente lontani (l'intellettuale borghese e il giovane borgataro) e ricerca di un paradiso irraggiungibile, vagheggiato nei suoi film più sensuali e solari (penso al Fiore delle mille e una notte o al Decameron).

Indubbiamente Pasolini ha ancora molto da dire e la sua opera deve essere tuttora letta, elaborata e compresa con uno schermo temporale più ampio e con meno partecipazione emotiva, quella che manca ai suoi interpreti ed esegeti che hanno condiviso con lui un'esperienza di vita e del mondo.

Tuesday, November 01, 2005

Anche noi con Israele. Ma chi ha difeso i gay?

Giovedì 3 novembre non sarò - per problemi organizzativi, distanze (vivo a Milano), tempo e denaro - fisicamente a Roma alla manifestazione in difesa dell'esistenza di Israele davanti all'ambasciata iraniana. Però in ispirito partecipo a quell'incontro, perché spero e desidero che lo stato di Israele continui a esistere e anzi accanto a esso sorga finalmente uno stato di Palestina.

Anche l'Arcigay ha aderito giustamente, perché quella di Gerusalemme è l'unica nazione democratica della regione e Israele è l'unico stato a non discriminare le persone omosessuali. In questo senso anzi i diritti civili dovrebbero estendersi anche ai paesi vicini.

Ma vorrei fare una domanda agli zelanti organizzatori della manifestazione pro-Israele e a tutti quelli che di corsa (lo ripeto, giustamente) hanno fatto sapere che ci saranno.

A luglio in poche decine di persone manifestammo a Roma e a Milano, sotto l'ambasciata e il consolato d'Iran, contro l'impiccagione di due ragazzi, Ayaz Marhoni e Mahmoud Asgari, uccisi perché avevano avuto un rapporto sessuale gay.

In quell'occasione - di fronte alla morte di due giovani, non a minacce (seppur terribili come quelle di Ahmadinejad) - pochi giudicarono opportuno unirsi alla protesta in nome dei diritti civili, in nome di due giovani di amarsi liberamente.

Io dico: è giusto oggi manifestare in difesa di Israele, era ugualmente giusto manifestare contro l'omofobia di regime che in Iran non si ferma neppure di fronte alla pena di morte. Ma forse, per qualcuno, non tutte le vite hanno lo stesso valore.

Manifestiamo per la vita

(Post originariamente pubblicato il 26 luglio 2005 su Village)

Iran, una provincia nordorientale del paese. Due ragazzi, ormai lo saprete tutti, sono stati condannati a morte e giustiziati per impiccagione. Ayaz Marhoni aveva 18 anni, Mahmoud Asgari 16. Sono stati condannati per un rapporto sessuale, anzi "omosessuale".


















L'orrore di questa immagine (e di altre che mostrano i due adolescenti in lacrime mentre vanno al patibolo) ha fatto il giro del mondo.

Naturalmente in questo caso i "difensori della vita" in servizio permanente effettivo si sono ben guardati dal far sentire la propria voce. I vari Volonté, Bondi, Pedrizzi, che si commuovono di fronte a tre cellule indistinte e non sentono il bisogno di difendere vite reali.

Neppure la chiesa cattolica, dal papa Ratzinger a monsignor Ruini, fino a decine di vescovi, cardinali e sacerdoti che tuonano quotidianamente in difesa "della vita" e contro "la cultura della morte" hanno pensato di condannare questa barbarie. Un caso di "relativismo"?

Non lo so. So che, nel nostro piccolo, possiamo dare un segnale, forse di scarsa utilità, ma che ci unisce idealmente alle proteste in atto in tutto il mondo.

L'appuntamento è per domani pomeriggio, mercoledì 27.


MILANO
PIAZZA DIAZ 6 DAVANTI al CONSOLATO d'IRAN
ORE 17,00 PRESIDIO

ROMA
VIA NOMENTANA 365 AMBASCIATA d'IRAN
0re 18,30 SIT IN

Sunday, October 30, 2005

Matrimonio gay, la parola al Costituzionale

Sarà il Tribunale Costituzionale spagnolo a dire l'ultima parola sulla riforma del codice civile che ha aperto il matrimonio alle coppie dello stesso sesso. I giudici supremi hanno accettato di discutere il ricorso presentato dal Partito popolare (Pp), giudicandolo ammissibile.

Era un passaggio abbastanza scontato, dal momento che il Costituzionale doveva giudicare sulla correttezza formale del ricorso. Tutt'altra musica, quando si entrerà nel merito.
Il governo ha 15 giorni di tempo per presentare la propria memoria, poi arriverà la sentenza. In teoria entro un mese, in pratica, a quanto leggo sui giornali spagnoli, dovremo aspettare forse qualche anno.

Nel frattempo la legge è pienamente in vigore, centinaia di coppie si sposeranno e l'istituto entrerà pienamente nel costume della Spagna. Questa realtà di fatto sosterrà le ragioni costituzionali che, molto probabilmente, porteranno alla conferma della riforma: la Costituzione spagnola, infatti, non proclama da nessuna parte che il matrimonio è "solo fra un uomo e una donna" (così come non lo sostiene la Costituzione italiana).

L'articolo 32 dice solo che "l'uomo e la donna hanno il diritto di contrarre matrimonio in piena uguaglianza", ma non c'è scritto "fra di loro" o "esclusivamente fra di loro". Onestamente mi pare un po' poco per sperare in una vittoria dei popolari. Per me questa è una mossa politicamente suicida da parte del Pp.

Saturday, October 29, 2005

Unioni benedette

Lo avevamo preannunciato, adesso è ufficiale.

La Chiesa di Svezia, la principale confessione del paese cui aderisce l'80% della popolazione, celebrerà riti di benedizione per le unioni composte da persone dello stesso sesso. Una coppia gay o una coppia lesbica potranno essere benedette da un pastore della chiesa, purché abbiano sottoscritto un'unione domestica registrata.

Con 160 sì e 81 no, l'Assemblea della chisa, l'organismo esecutivo, ha deciso di introdurre il nuovo rito. Attenzione: non è una scelta improvvisata, ma da anni la Chiesa di Svezia sta studiando la questione delle coppie omosessuali e, dopo numerosi pareri consultivi, è arrivato il voto definitivo.

Le organizzazioni omosessuali in Svezia, pur apprezzando il passo avanti, hanno protestato (!), perché rimane la differenza con le coppie di sesso diverso, che hanno accesso al matrimonio vero e proprio.
E noi siamo qui, a difenderci dalle accuse di essere nocivi e distruggere le famiglie...

Friday, October 28, 2005

José Luis Rodriguez Boselli

L'ho visto e l'ho sentito direttamente. Abbiamo trovato lo Zapatero italiano: è - e non poteva essere altrimenti - Enrico Boselli, il coraggioso segretario dei Socialisti democratici italiani, che hanno avviato un progetto per un nuovo soggetto politico laico, socialista, radicale e liberale insieme ai Radicali italiani e, voglia iddio, con i socialisti del Nuovo Psi.

Di questo parlavano stasera a Otto e mezzo, sulla Sette, Giuliano Ferrara, Ritanna Armeni e i due protagonisti: Boselli, appunto, e Marco Pannella.

A parte un sacrosanto riferimento sulla revisione (e magari il superamento del concordato con la chiesa cattolica) su un tema, però, Boselli è stato nettissimo: "Se nel prossimo Parlamento sederanno molti socialisti e molti radicali, i Pacs diventeranno legge. Non so quante altre forze dell'Unione possono dire lo stesso. Per noi i Pacs saranno il primo impegno da realizzare, insieme al divorzio breve. Su questi temi si deciderà fra cinque anni se abbiamo fatto dell'Italia un paese migliore".

Pareva davvero di sentire ZP. Ora, chi prima di lui ha detto le stesse cose con la medesima chiarezza? Non è un caso che queste posizioni così decise vengano da un uomo politico socialista, che ha sempre difeso la sua identità e la rivendica con orgoglio. Come Zapatero, come Blair.
Tanto per capirci: diamo un'occhiata alla risposta che Boselli ha dato a Rutelli. Forse ho trovato qualcuno che mi rappresenta (se poi arrivano anche Bobo Craxi e compagnia, ancora meglio).

Thursday, October 27, 2005

Celentano è lento, l'Abbé Pierre è rock

Da perfetto italiano, sfolgorante nella sua aurea mediocritas, Adriano Celentano è un campione nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte e così si preoccupa di rassicurare l'animo piccolo-borghese dei connazionali: "I gay sono rock. Il matrimonio gay è lento; e Zapatero è lentissimo". Come a dire: vanno bene i gay, ma finché non vengono a rompere le scatole con i loro diritti e altre cazzate.

Lento, quindi, Celentano, che non riesce a volare alto e resta zavorrato dai pregiudizi provincizli. Quanto è rock, invece, il 93enne Abbé Pierre, l'anziano padre cappuccino francese, amato e rispettato in tutta la Francia. Che ha scosso il paese e il mondo cattolico con la sua autobiografia.

Ha rinunciato a una famiglia nobile per diventare frate francescano, ha salvato gli ebrei dai nazisti, ha combattuto nella Resistenza francese; e per tutta la sua vita ha lottato al fianco dei poveri e degli ultimi. Adesso, arrivato a 93 anni, ha scompigliato le sicurezze dei cattolici, dei Ruini, dei Ratzinger e giù giù fino ai Buttiglione e i Rutelli.

"Ho fatto voto di castità, ma questo non toglie nulla al desiderio e io, a volte, ho ceduto. Anche se non ho mai avuto legami stabili". L'anziano frate ammette la debolezza della sua vita e pone un problema fondamentale nell'episcopato cattolico: il celibato dei preti.

Per lui dovrebbero esistere "preti sposati accanto a preti celibi" e, anzi, la Chiesa cattolica dovrebbe aprire il sacerdozio alle donne. "Non ho mai capito perché Giovanni Paolo II e Ratzinger hanno ribadito che la chiesa non ordinerà mai donne sacerdote... L'argomento principale è che Gesù non aveva apostoli donne. ma questo non mi sembra un argomento teologico; piuttosto ha a che fare con la sociologia".

Il tema su cui l'Abbé Pierre, però, sfida apertamente il Vaticano e le gerarchie è l'omosessualità. Henri Grouès (è questo il suo vero nome) comprende il desiderio delle coppie gay di veder riconosciuto il proprio legame dalla società. Capito, Celentano?

Anche se propone di usare il termine "alleanza" o "patto", perché matrimonio rischia di non essere accettato da una parte della società. E soprattutto non dice no alle coppie gay che allevano figli. Bisogna essere sicuri - dice il frate - che i bambini non subiscano pregiudizi psicologici o sociali: "questo sarebbe l'unico buon motivo per evitare le adozioni alle coppie gay. Per il resto, sappiamo tutti che il modello classico di educazione non è necessariamente garanzia di felicità ed equilibrio per il bambino".
Abbé Pierre, super rock.

Tuesday, October 25, 2005

Se n'è andato uno dei volti migliori d'America

Rose Parks aveva 92 anni, era vedova e viveva ormai a Detroit, nel sicuro Michigan. Era scappata dal crudele Alabama, troppo rischioso per lei, donna di colore nell'America del Novecento.

Eppure Rose aveva sfidato e vinto il razzismo del profondo Sud americano, almeno quello scritto nelle leggi dello stato. Ancora una volta - è il caso di ricordarlo - grazie ai giudici e in nome della Costituzione.

Nel 1955, cinquant'anni fa esatti (non cinquecento), questa donna, che già aveva 42 anni, salì su un autobus a Montgomery e, contro la legge, si rifiutò di cedere il posto a sedere a un uomo bianco che lo reclamava. Sì, perché - se non lo sapevate - all'epoca negli Stati Uniti i neri potevano salire sull'autobus, ma non avevano il diritto di "rubare posti" ai bianchi. All'autista che gli chiedeva di alzarsi Rose disse semplicemente: «Non penso di doverlo fare. Ho pagato il biglietto come chiunque altro».

Può sembrare - e spero che sembri - inconcepibile, inaccettabile, ma la legge era questa e di fronte alla sua opposizione la polizia arrestò la donna "ribelle" e il giorno dopo il giudice le inflisse una multa di 10 dollari, più 4 di spese processuali. Ma l'America era già cambiata grazie a quel rifiuto. Per 381 giorni i cittadini di colore di Montgomery boicottarono l'autobus e manifestarono contro le leggi segregazioniste, guidati da un certo Martin Luther King junior. Finché il 13 novembre 1956 (sentenza Gayle and City of Montgomery v. Browder) i giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti d'America decretarono l'incostituzionalità del divieto e abolire tutte le legggi segregazioniste nei servizi pubblici in vigore negli Stati del sud.

Rose è morta ieri, ma come ha dovuto ammettere anche il presidente Bush (che pure non ama i giudici attisvisti) questa donna "ha cambiato l'America in meglio" e resta una delle figure più luminose del Novecento. Da lei è nato il movimento dei diritti civili, a lei hanno fatto riferimento milioni di manifestanti e attivisti, che si sono impegnati per l'uguaglianza e la libertà.
Per questo anche noi gay, e tutti quelli che credono in un mondo più giusto, dobbiamo ricordarla e ringraziarla. Ci ha dimostrato che anche quando la maggioranza, in nome della propria superiorità, vuole negarti i diritti che ti spettano, devi combattere con ancora più forza in nome della democrazia e della libertà.